L'Abruzzo, la provincia di Teramo e la transumanza

La pastorizia ha plasmato per millenni il paesaggio abruzzese. 

Quando nel XVII sec. l’allevamento ovino raggiunse la cifra di 5,5 milioni di capi, furono ridotte a pascolo estese aree coperte di boschi,trasformandole in praterie secondarie e pseudo steppe, ma questo processo di trasformazione ebbe inizio in maniera decisa intorno al II millennio a.C. quando si affermò una “cultura appenninica” strettamente connessa alla pastorizia.

Fulvio Giustizia,archeologo abruzzese, afferma che “è fuori discussione che almeno per gli insediamenti d’alta quota del Gran Sasso si debba vedere senz’altro la prevalenza della pastorizia ovina e caprina connessa con una evidente transumanza verticale dal monte piano e viceversa”.

Vasti incendi furono applicati già nell’età del Bronzo e poi del Ferro, su alcune montagne dell’Appennino centrale, per allargare le aree di pascolo; anche la fascia collinare e costiera della regione, in particolare i versanti meridionali molto acclivi, vennero completamente disboscati per far posto ai pascoli invernali, non a caso utilizzati nell’alto medioevo dall’ istituzione aragonese della  Doganella.

 Il sovra–pascolamentoe l’alternarsi climatico di lunghe estati calde con intensi periodi di piogge innescarono, nei versanti geologicamente predisposti, forti processi erosivi che portarono alla formazione, già nell’ età del Bronzo, dei calanchi come nel comprensorio di Atri.

Prima di entrare nello specifico del tratturo Frisa-Rocca di Roseto e in generale della transumanza nei Monti della Laga bisogna ricordare che l’allevamento transumante, per svilupparsi e prosperare, necessitava di uno stato stabile e forte, che doveva assicurare gli spostamenti e il mantenimento del sistema organizzativo.

Per questo è difficile immaginare una transumanza, nelle forme conosciute durante l’Impero Romano o nel Regno Aragonese, prima del II secolo a.C., ed è  per questo che la sua fortuna è legata indissolubilmente alle vicissitudini politiche ed economiche dei territori interessati.

 

I romani trasformarono la transumanza a breve raggio dei popoli italici in un vero e proprio sistema a partecipazione pubblica, regolamentata da leggi, tra cui le più conosciute erano la Lex agrariae epigraphica del 111 a.C. e il De pecuariae del 46 a.C.

Le principali vie armentizie conosciute sin dall’antichità erano: 

- le piste fra la campagna romana e le retrostanti montagne dell’Appennino, innumerevoli e di breve percorso;

-i grandi tratturi fra Abruzzo e Foggia;

-il tratturo fra l’Abruzzo Frentano e l’antiche terre Pretuziee Adriane, da Frisa ai pascoli della Doganella di Atri;

-il grande tratturo Melfi –Castellaneta con numerose diramazioni fino alle pianure del Golfo di Taranto;

- gli antichi tratturi del Sannio, con diramazioni verso Foggia e il Tavoliere.

Il periodo tra la caduta dell’ impero e l’anno mille fu oscuro: ”il selvaggio riprende il sopravvento”.

Il bosco che in epoca imperiale aveva visto una forte contrazione, in questo periodo di forte crisi, che vide il dimezzamento della popolazione, ebbe una ripresa; infatti i documenti parlano di terre abbandonate ai boschi e alle paludi.

I Longobardi nel corso del VI secolo penetrarono in Abruzzo e divisero la regione in due parti: la parte a sud di Pescara venne aggregata alla contea di Benevento, quella teramana prima a Spoleto e poi alla contea di Fermo.

 La situazione di degrado fattasi importante nei secoli IX e X,  subì un arresto solo con l’insediamento nella nostra regione delle regole monastiche: i benedettini prima e i cistercensi dopo.

Si venne a creare così una rete di monasteri che rianimò l’economia agro-pastorale.

Numerose furono le grance (conventi con poderi annessi) a vocazione armentizia che sorsero lunghe le Calles ovariae che portavano in Puglia.

La conquista dell’Abruzzo da parte dei Normanni nel XII, potenziò i transiti delle greggi.

Infatti, nel 1130, con l’incoronazione di Ruggero II d’Altavillache aveva riconquistato la Sicilia dagli Arabi, l’ Abruzzo entrò a far parte del Regno di Sicilia, il cui territorio comprendeva anche il Tavoliere di Puglia, permettendo così la ripresa della grande transumanza.

Guglielmo II, ultimo discendente degli Altavilla,  promulgò due leggi, tra cui la più importante era Cum per partes Apuliae del 1155, che favorirono i pastori rispetto ai proprietari fondiari e ripristinarono il pagamento della fida per lo sfruttamento dei pascoli del regio demanio.

Federico II di Svevia, che nella costituzione di Melfi integrò le disposizioni normanne sulla transumanza,  voleva accentrare l’amministrazione del regno e ridurre i poteri feudali locali.

Dopo aver distrutto la contea di Celano unificò l’Abruzzo in un’unica provincia, ma solo nel 1233 venne costituito il Giustizierato(distretto amministrativo) d’Abruzzo con capoluogo Sulmona.

La morte di Federico II nel 1250 comportò uno sfaldamento di quella certezza politica che, come abbiamo detto all’inizio, è alla base della grande transumanza.

Le lotte per  la sua successione destabilizzarono il quadro politico e la transumanza oscillava a seconda della capacità della burocrazia, di mantenere la stabilità politica e una strategia filopastorale .

Nel 1263 Carlo d’Angiò diventò il nuovo re di Sicilia per conquista, dopo aver battuto in battaglia prima Manfredi e poi Corradino di Svevia,con cui si estinse la linea maschile dei Svevi.

Il nuovo re tuttavia, non smantellò la struttura organizzativa federiciana, ma la utilizzò come solida base su cui poggiare il proprio potere.

Nel 1273, rendendosi conto che il Giustizierato d‘Abruzzo era troppo esteso per essere ben governato, lo suddivise in Abruzzo Ultra e Abruzzo Citra, suddivisione che si protrarrà fino all’Unità d’ Italia.

Tuttavia d’Angiò con l’istituzione del tribunale della Grascia danneggiò notevolmente i territori abruzzesi che confinavano con lo Stato Pontificio.

Melchiorre Delfico in “Memoria Sul Tribunale della Grascia e sulle leggi economiche nelle provincie  confinanti  del Regno”del 1785, scrisse ”le province limitanee sono le più esposte alle incursioni nemiche, le più proprie ad essere preda degli invasori, e diventar teatro di guerra e di distruzione.(…)Il tribunale della Grascia nelle province limitanee è un officio composto da più commessi e subalterni destinatia non far uscire dai confini del regno qualunque prodotto della natura; onde ne proviene necessariamente la miseria e l’infelicità dei poveri confinanti.(…) si presentò la strana idea di ritener rinchiusi nel limiti d’uno stato i soprabbondanti prodotti dell’industria e della natura.”