I ceramisti di Castelli e il mondo agro-pastorale
GIOVANNI GIACOMINI

Castelli è un piccolo paese dell’Abruzzo teramano di circa mille abitanti, posto ai confini del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga, alla base della Parete Nord del Monte Camicia, dominato da un ampio anfiteatro di montagne che si staccano dal massiccio del Gran Sasso d’Italia.
Da cinque secoli i suoi abitanti sono dediti alla produzione della maiolica, un’attività in cui hanno raggiunto, per almeno tre secoli, altissimi livelli di qualità, tanto che oggi le opere dei ceramisti castellani costituiscono l’unica, autentica espressione artistica abruzzese documentata in tutti i più grandi musei del mondo.
La maiolica è una delle tipologie comprese nella più vasta categoria della ceramica, che va dalla terraglia, al gres fino alla porcellana, ed è costituita dalla terra cotta di colore rosso ricoperta di uno strato di smalto bianco che la rende lucida e impermeabile, capace quindi di contenere liquidi senza assorbirli.
L’argomento di questo intervento richiede prima di tutto, che ci si soffermi brevemente su una distinzione fondamentale tra le produzioni della maiolica di Castelli, quelle auliche o dipinte e quelle popolari. Una distinzione che da sempre ha caratterizzato l’attività dei produttori castellani, poco evidenziata da quanti si sono occupati della ceramica castellana, ma che solo di recente si è iniziato ad affrontare in modo più organico . Diverso è, infatti, l’atteggiamento verso il mondo agro-pastorale dei pittori della cosiddetta maiolica dipinta, mediato dagli eventi culturali e artistici ai quali per secoli essi si sono mostrati sempre molto sensibili, da quello dei produttori di oggetti d’uso, molto più attenti, come si vedrà, alle esigenze della vita quotidiana dei ceti popolari che, nella quasi totalità, con grande difficoltà, lottavano quotidianamente per assicurare il minimo indispensabile alla sopravvivenza della propria famiglia. L’argomento richiede anche che venga sottolineata la capacità innovativa dei ceramisti castellani per adeguarsi alle esigenze della committenza e all’evoluzione del gusto, perché è anche da questa capacità che nasce e si sviluppa la sensibilità verso il mondo agro-pastorale.
La storia della maiolica di Castelli è tutta incentrata sulla grande produzione aulica, una produzione diretta a una committenza molto qualificata, costituita dalle corti europee, compresa quella del Papa a Roma, dalla nobiltà e dalle famiglie emergenti della borghesia.
Una produzione di nicchia in cui era impegnata solo una piccola schiera dei ceramisti che costituivano, con le loro famiglie e con gli addetti all’indotto, come i mulattieri, la quasi totalità degli abitanti di questo piccolo centro.
La maggior parte dei ceramisti, infatti, produceva oggetti d’uso per la vita quotidiana, molto più economici e alla portata del popolo minuto, ricoperti di solo smalto bianco o dipinti molto semplicemente con una filettatura ai bordi o con piccoli motivi riempitivi come fiori e animali.
Queste due diverse tipologie produttive sono documentate fin dal Cinquecento attraverso le dichiarazioni rilasciate dagli stessi ceramisti durante gli interrogatori eseguiti nel 1577 dalla Grascia d’Abruzzo, un corpo di polizia addetto alla sorveglianza dei confini del Regno di Napoli con lo Stato della Chiesa. In quell’anno, la Grascia condusse un’indagine sul contrabbando, tra i due Stati, delle materie prime necessarie per la produzione della ceramica, stagno, piombo e terra bianca, che non erano reperibili in loco ma che dovevano essere acquistate sui mercati di centri commerciali importanti come L’Aquila, Chieti, Lanciano e addirittura Napoli, la capitale del regno di cui Castelli faceva parte, o importate dal vicino Stato della Chiesa .
I due diversi tipi di produzione ceramica sono indicati come “vasa fine” o “sottile”, secondo la definizione che ne danno Orazio Pompei (c1507-1588/9) e altri della stessa famiglia nel corso dell’interrogatorio, e “vasa grosse”.
I “vasa fine”, la cosiddetta maiolica dipinta, sono prodotti, tra i ceramisti interrogati, da Domenico di Stefano (c1547-?) e dai componenti della famiglia Pompei: i quattro figli di Orazio, che, con a capo Ottavio (c1537-1602), lavorano nella bottega del padre, che ormai ha smesso la sua attività, dal fratello di Orazio, Tommaso (c1522-post 1591), e da tre suoi nipoti, Aristotele (c1560-?), Curio (c1547-?) e forse il fratello di questi Tarquinio (c1547-?), figli dei fratelli di Orazio, Antonicco (?-?) e Artibano (?-?), che hanno ognuno una propria bottega.
I “vasa grosse”, come “pignete, terzetti, tondi e scodelle francesi”, certamente ricoperti di uno smalto meno raffinato e forse senza alcuna decorazione, sono prodotti da Addario di Nicola (c1547-1603), Antonio di Jacovo (c1527-?), Toto di Simone (c1547-?) e Cola di Giovanni Fraticelli (c1552-1628), che lavora per Galante di Cecco; gli altri tre ceramisti interrogati dichiarano genericamente di “fare l’arte delle vasa” senza indicare la qualità delle loro produzioni.
Altri due documenti che ci forniscono una distinzione tra le due diverse linee produttive, sono le bolle di accompagnamento delle ceramiche da esportare dal porto di Calvano, il porto della Duchea di Atri, attraverso la dogana della stessa città, stilate a Castelli il 3 e il 17 giugno 1626 .
Su dieci ceramisti, che esportano complessivamente 186 ceste di ceramiche destinate probabilmente alla fiera di Senigallia, solo uno, Giovanni Michele Pompei (?-1649), nipote di Orazio, esporta due ceste di vasi assortiti e otto di vasi fini, di cui una con l’arma di Michele Uberti e nove destinate a Giovannello de Pasti .
La distinzione delle due diverse qualità di prodotti è confermata anche dal Catasto del 1743, che, oltre a darci l’indicazione del numero degli abitanti, compresi i residenti non cittadini, e delle loro proprietà, ci fornisce anche la loro età e la professione.
I dati sono completi e non parziali come quelli desunti dagli interrogatori del 1577 della Grascia, a noi pervenuti, purtroppo, incompleti perché iniziano col numero venticinque e non indicano, comunque, se tutti i ceramisti operanti all’epoca a Castelli fossero stati interrogati nel corso dell’indagine, anche se questo è probabile perché gli interrogatori terminano col numero quarantuno, corrispondente a quello approssimativo delle fabbriche attive.
Nel 1743, su una popolazione di 544 abitanti compresi ventidue forestieri residenti, ottantasette lavorano nel campo della ceramica, indicati con le seguenti qualifiche: cinque maiolicari, di cui due capifamiglia, due faenzari, cinquantaquattro vasari, di cui venticinque capifamiglia, undici pittori di maioliche e nove pittori, dei quali otto sono capifamiglia, sei cretaioli.
I vasari sono i produttori di maioliche d’uso. Sono essi, e nemmeno tutti, quelli che il 3 gennaio 1746 stipulano un accordo per limitare il numero delle ceste di maioliche da portare alla fiera di Senigallia, in modo da contenere la concorrenza e migliorare la qualità delle produzioni, fissandone il prezzo di vendita.
All’accordo non partecipa nessun ceramista indicato come pittore di maioliche o semplicemente come pittore, una qualifica quest’ultima riservata ai meno affermati e, forse ai più giovani, considerato che vi sono inclusi anche due non di secondo piano come Berardino Gentile (1727-1813) e Francesco Saverio Grue di Giovanni (1721-1755), all’epoca molto giovani. I pittori, infatti, si rivolgono a un pubblico più qualificato, capace di apprezzare anche la qualità del prodotto e la bravura dell’esecutore e, pertanto, meno soggetto al condizionamento del prezzo.
Che la produzione diretta ai mercati, per la sua semplicità, avesse una caratteristica ben individuata, tanto da poter essere indicata con “la semplice destinazione di vendita”, è confermato da un protocollo molto interessante redatto dal notaio Domenico Antonio Olivieri di Castelli in data 8 settembre 1745, relativo alla divisione dei beni della defunta Francesca Polci, moglie di Paolo Rosa, tra lo stesso Paolo e il padre di Francesca, Domenicantonio Polci. Tra i beni oggetto della divisione sono presenti “tre ceste di maioliche ad uso di Senigallia” .
Le maioliche auliche comprendevano piatti da pompa, vasi da consòlle, serviti da tavola da usare più che per il pranzo, per essere esposti sulle credenze, sui camini e sulle cassapanche durante le feste. I piatti da pompa sono ornati anche con le armi della famiglia committente, così come i serviti. Tra questi famoso è il servito cinquecentesco in stile compendiario, a fondo blu con le armi del cardinale Alessandro Farnese dipinte in oro e smalto bianco, il cui nucleo più consistente è al Museo Capodimonte di Napoli (f.1).
Tra i serviti istoriati seicenteschi, importanti sono quelli dovuti alla bottega di Francesco Grue (1618-1673). Uno, realizzato per la famiglia Ottoni di Matelica , a lungo ritenuto erroneamente appartenuto al Vescovo Esuperanzio Raffaelli di Penne, è conservato in gran parte presso il Museo di Villa Urania di Pescara, mentre la bellissima alzata pubblicata a parte, che appartiene al servito, è al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (f.2).
L’altro è quello di poco più antico, composto da quaranta esemplari superstiti, conservati presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.
Ma i ceramisti castellani sono stati sempre attenti e molto sensibili anche alle nuove esigenze dell’importante committenza che si serviva dei propri prodotti e con grande capacità innovativa si attrezzava per soddisfarle adeguatamente.
Così, nella seconda metà del ‘600, quando presso le corti europee si diffonde l’uso della cioccolata, una bevanda costosa che si potevano permettere solo i nobili, i ceramisti castellani mettono in commercio preziose chicchere, spesso lumeggiate in oro, adatte per servire questa corroborante e afrodisiaca bevanda, indicata come il cibo degli dei. Si tratta di tazzine cilindriche senza manico alloggiate in un piattino trembleuse con un incavo centrale in modo che sia possibile, senza che esse si rovescino, agitare la bevanda con un molinillo per produrre un’abbondante e densa schiuma molto amata dai consumatori della bevanda stessa (f.3).
Sono così famose sul mercato internazionale di qualità che, come testimonia Fabio Placidi nel 1729, “A Dresda, d’onde vengono in Italia le tanto stimate chicchere di Sassonia, si tengono in molto pregio le chicchere che lì si chiamano di Napoli, e si lavorano nella Duchea di Atri. Le quali, per quelle pitture veramente mirabili per il disegno e per il colorito, possono stare a tavola rotonda con tutte le porcellane europee ed oltremarine” .
Un servizio di chicchere e portachicchere per sei, dovuto alla mano di Carl’Antonio Grue (1655-1723), contenuto in una scatola con fregi dorati e con lo stemma dei principi Colonna, è conservato presso il Museo di Arte Antica di Torino (f.3); allo stesso autore appartengono anche portachicchere con decorazioni floreali, un motivo decorativo innovativo molto apprezzato in questo periodo (ff.4-5).
Attraverso la costante frequenza dei mercati, all’epoca centri di scambio di culture ed esperienze diverse, i ceramisti castellani sono stati sempre attenti alle novità di ogni genere che incontravano il favore del pubblico. Questi nuovi orientamenti dei mercati erano assimilati con grande facilità e prontamente trasferiti nelle produzioni senza, tuttavia, che fossero perdute le caratteristiche fondamentali della ceramica di Castelli, soprattutto della tavolozza, tanto che, ancora oggi, questi prodotti sono immediatamente distinguibili sul mercato.
Queste capacità artistiche e commerciali hanno reso possibile che i prodotti castellani rimanessero ai vertici delle produzioni mondiali per oltre tre secoli, e che caratterizzassero la storia della maiolica di Castelli come una storia di pittori e non di manifatture, in cui molti eccellono, tramandandosi l’arte di padre in figlio.
Ma quelli più importanti, quelli che hanno introdotto elementi innovativi, segnando la strada seguita dagli altri, sono: Orazio Pompei, il più grande pittore del Cinquecento, l’unico che ci ha lasciato opere firmate (f.6); Francesco Grue, al quale si deve, intorno alla metà del Seicento, l’affermazione e la valorizzazione dell’istoriato castellano, una decorazione che si rifà all’istoriato cinquecentesco, ma con i colori caldi della tavolozza castellana in cui predominano il giallo e l’arancio, con la rappresentazione di storie riprese da miti classici, dalla Bibbia e dai Vangeli, e da scene di caccia, che avevano grande diffusione attraverso le stampe; Carl’Antonio Grue, il più grande pittore su maiolica dell’epoca barocca, alla cui sensibilità si deve l’introduzione nelle produzioni castellane del paesaggio, che nel Seicento da semplice sfondo di rappresentazioni principali, si afferma come totalità a se stante (f.7); Francesco Antonio Saverio Grue (1686-1746), dottore in filosofia e teologia, che nelle sue opere, si avvale per primo di soggetti con scene portuali ed esotiche, che riflettono la sua cultura arricchita dalla lunga esperienza napoletana, in quel periodo il più importante centro culturale europeo (f.8); Gesualdo Fuina (1755-1822), che, nella metà del Settecento arricchisce la tavolozza castellana dei cinque colori, giallo, arancio, blu, verde e manganese, aggiungendo il rosso alla porpora di Cassio (f.9).
Per questa capacità di adeguarsi all’evoluzione del gusto e alle nuove tendenze artistiche, sul finire del Seicento, nella maiolica castellana è introdotto il paesaggio, diventato nella pittura elemento a se e non sfondo di un diverso soggetto principale.
Inizialmente il paesaggio è interpretato da Carl’Antonio Grue in accordo con l’ideale classico seicentesco, con la natura in posizione preminente rispetto alla presenza dell’uomo e delle sue opere, seppure vista sempre attraverso il filtro umanistico, ovvero come elemento strategico per l’affermazione della presenza umana. Nel secolo successivo, invece, si afferma il modello di una natura ideale, perfetta nella sua bellezza assoluta, che supera le diversità della vita, e, sotto le influenze dei modelli promossi dalle nuove tendenze che si riconoscono nell’Arcadia, realizza sentimenti bucolici e di felicità primitive e campestri che ciascuno di noi nasconde nel proprio intimo.
Esso si popola, così, di pastori e pastorelle con animali al pascolo, di scene di vita campestre, spesso all’ombra di rovine.
Carl’Antonio è certo uno dei maggiori cultori del genere (ff.10-16), ma non sono da meno i figli Aurelio (1699-post 1751) (ff.17-21) e Francesco Antonio Saverio (ff.22-24).
Vi sono poi Giacomo Gentili il Vecchio (1668-1713) (f.25), e gli allievi di Carl’Antonio, Carmine Gentile (1678-1763), certamente il più importante (ff.26-27-28), e Nicola Cappelletti (1691-1767), che è da considerare uno specialista dell’ornato a paese (ff.29-30). La produzione di quest’ultimo, infatti, è tutta incentrata su questo genere, e, non conoscendosi al momento opere da lui firmate, l’attribuzione è frutto di una convenzione, sostenuta da una omogeneità stilistica, che vede in Nicola l’autore di questo gruppo di opere, caratterizzate da un sole, non si sa se nascente o al tramonto, sull’orizzonte.
Questo tipo di decorazione non si ripete solo su mattonelle e tondini che adornavano le stanze di rappresentanza, sui piattini, i cosiddetti piattini di campagnole, come si legge negli inventari, ma anche su oggetti che dovrebbero essere di uso, come le fiasche da pellegrino, ma che quasi certamente erano solo decorative (ff.31-32).
Per i produttori di oggetti d’uso il rapporto con il mondo agro-pastorale è più diretto e non mediato da filtri culturali. Essi guardano ai bisogni del vivere quotidiano e su di essi orientano le loro produzioni.
Oltre ai piatti e ai catini di varia dimensione, sono prodotti contenitori per liquidi, calibrati in diverse misure: litri e decilitri. Servono per misurare il latte, il vino venduto al minuto, l’olio (f.33), o fiasche da pellegrino, decorate molto semplicemente con dei filetti o un fioraccio castellano sulla parete, quasi certamente usate per conservare l’acqua fresca durante il lavoro dei campi (ff.34-35), o bottiglie per conservare l’aceto (ff.36-37-38).
Vi sono poi recipienti svasati per contenere la ricotta, anch’essi di diverse misure (f.39). Sono forati sui lati in modo da far scolare il siero.
Un oggetto insolito è una piastra rettangolare con due impugnature sui lati corti che serve per schiacciare le patate bollite per fare gli gnocchi (f.40).
Rarissimo, se ne conosce un solo esemplare, è un vasetto schiacciato, quasi un piattino, alto pochi centimetri, usato per appoggiare la bottiglia dell’olio. Ha la parte superiore concava con un foro al centro, circondato da tre file di fori più piccoli in modo che si possa raccogliere l’olio scolato dalla bottiglia nel momento in cui è stato versato (f.41).
E’ una testimonianza autentica delle difficoltà della vita quotidiana in cui la stragrande maggioranza della popolazione s’industriava per sopravvivere facendo tesoro dei beni indispensabili alla sopravvivenza, che non andavano assolutamente sprecati.
Questi oggetti non solo erano prodotti per i mercati, che i ceramisti frequentavano regolarmente per smerciare le produzioni delle loro fabbriche e acquisire anche ordinativi dai clienti più importanti, ma erano scambiate regolarmente con gli abitanti delle campagne circostanti, con i pastori, che nel periodo estivo affollavano le balze del Tremoggia e del Monte Camicia ricche di pascoli, e con quelli di Campo Imperatore, il cuore della pastorizia abruzzese, fino a Castel del Monte e gli altri paesi posti sul versante aquilano della catena montuosa.
Nei casi più impegnativi caricavano di ceramiche d’uso un mulo per andare a barattare e tornare carichi dei prodotti della terra e della pastorizia come grano, fagioli, ceci, formaggio, lana. Ma più spesso erano le mogli e le donne della famiglia del maiolicaro che si caricavano sulla testa una grande cesta piena di ceramiche, magari difettose, di scarto, da barattare, e che a piedi percorrevano il contado e la montagna per riportare a casa i pochi prodotti necessari alla vita quotidiana.
Una testimonianza questa che rendo volentieri in omaggio alle loro fatiche, perché il baratto, in queste forme, era ancora praticato sul finire della prima metà del secolo scorso ed è ancora viva nella mia memoria di bambino l’immagine di queste donne che affrontavano immensi sacrifici per contribuire al sostegno della famiglia, col sorriso sulla bocca, magari cantando motivi popolari abruzzesi se percorrevano le mulattiere in gruppo e in compagnia.

Si ringrazia per la collaborazione il Museo delle Ceramiche di Castelli, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, il Museo di Villa Urania di Pescara, la casa editrice Carsa, i collezionisti Vincenzo Terregna, Arrigo Rosa, Di Saverio e eredi Giardini.