Tratturi in preghiera
ALESSANDRA GASPARRONI

Molte abitazioni della montagna abruzzese di un tempo passato conservavano, appeso in cucina o dietro la porta d’ingresso un quadro cartaceo che riproduceva, l’immagine della Madonna Incoronata al centro, San Michele Arcangelo mentre schiaccia il diavolo sulla sinistra e San Nicola sulla destra. In questa icona, della quale un esemplare è visibile anche nel “Museo della Lana” di Scanno, si racchiude il triplice percorso devozionale e l’universo protettivo dei contadini ma soprattutto dei nostri pastori. Possiamo tentare di delineare i percorsi cultuali del mondo pastorale in movimento nell’Italia centrale con i relativi percorsi tratturali. Come se uomini e greggi si muovessero all’interno di un’ideale grande cattedrale nella quale l’altare maggiore era definito dalle mète cultuali pugliesi dei grandi Santuari di Monte Sant’Angelo sul Gargano, di Foggia e di Bari e le tante cappelle della ideale basilica si definivano nelle numerose chiese, cappelle, grotte che dall’Abruzzo alle Puglie insistevano a lato delle grandi vie verdi. L’arrivo presso uno dei piccoli luoghi di culto, spesso, era atteso sulla tabella di marcia dei transumanti perché coincideva con i riposi e gli incontri di commercio viario, oltre che con la continua richiesta di protezione dei santi e della Madonna.
Culti, preghiere, pellegrinaggi si snodavano sulle grandi arterie verdi che erano i tratturi dei quali si hanno notizie ancora prima della civiltà romana, giungendo alla conclusione che le grandi strade che costituivano la rete viaria ricalcassero destinazioni già precedentemente percorse da uomini e animali, tratteggiando anche aspetti devozionali che hanno contribuito, oltre ai commerci, a collegare luoghi di devozione e rituali connessi.
L’uso di trasferire, stagionalmente, il bestiame da un territorio all’altro alla ricerca di pascoli più agevoli è stato ed è ancora, per alcune popolazioni, un’antica necessità che coinvolgeva non solo i pastori ad uno stagionale nomadismo ma anche le famiglie che restavano nei paesi d'origine, orientate ad un equilibrio di gruppo spesso senza il pater familias. Gli storici tratturi abruzzesi erano chiamati “Tratturo magno”: L’Aquila-Foggia, “Tratturo Marsicano”: Celano-Foggia, “Tratturo Sangritano”: Pescasseroli-Foggia.
Bracci, tratturelli e tratturi minori, come il Centurelle-Montesecco e l’Aleteleta-Biferno, stabilivano uno schema ramificato che impegnava quasi tutta la regione. Il versante teramano era attraversato dal tratturo che, interessando la zona di Piane Roseto, partiva dall’Alto Vomano, tra Cortino e Nerito, per raggiungere ad Ortona il grande tratturo aquilano. In quest’area la via erbosa lasciava spazio alla sabbia del litorale che conduceva greggi e uomini in riva al mare tanto da ispirare il Vate nel canto I Pastori - O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina! -. Uomini e greggi si muovevano verticalmente lungo i percorsi regionali, con precisa scansione annuale, dal traffico regolamentato nei vari periodi storici e seguivano l’atteso dono che la natura prometteva: pascoli per alimentare le greggi. I pozzi, necessità primaria per le carovane abruzzesi, ed i riposi tratturali contrassegnavano i traguardi da raggiungere giornalmente per sostare. Si configura quindi l’intreccio dei vari tratti culturali del patrimonio pastorale: lavoro, preghiere, commercio. L’aspetto della religiosità però funge, a mio avviso, da spina dorsale; la dedica di quasi tutti i riposi a santi o Madonne ne configura spazialmente l’allargamento della protezione non solo temporanea (per il breve periodo di sosta) ma fino all’arrivo alla prossima località, quasi si trattasse di un’ideale staffetta devozionale dove il testimone altri non è che il pastore stesso con il suo gregge. A Castel del Monte (AQ), sul tratturo L’Aquila-Foggia, la chiesa della Madonna del Suffragio o dei Pastori (risalente al XV sec.) esponeva il Santissimo per alcuni giorni nella chiesa aperta per permetterne la visita e la Comunione ai pastori che vi andavano prima di iniziare il viaggio per la Puglia. La preghiera era rivolta alla Madonna perché desse loro sicurezza nell’andare e per le famiglie che restavano. A Caporciano (AQ), sul tratturo Centurelle-Montesecco, la chiesa di S.Maria dei Centurelli (edificata nella metà del’500) prevedeva un corpo edificato lateralmente con un porticato a volta che fungeva da antico riposo per i pastori. L’Abbazia di S. Clemente a Casauria a Popoli (PE) del XII sec. fu un punto di riferimento sociale ed economico per la zona interessata dal passaggio di questo tratturo.
A Roccapia (AQ), sul tratturo Celano-Foggia, la chiesa della Madonna del Casale era una località di sosta per gli animali transumanti, la presenza dell’acqua di una fontana e del luogo di preghiera costituirono i presupposti per questo riposo. A Pescocostanzo (AQ), sempre sul tratturo Celano-Foggia, nei pressi della grotta del Santuario di San Michele, un riposo e una sorgente d’acqua definivano un importante ricovero per i pastori. Nella stessa zona la chiesa-eremo di S.Antonio, del XIV sec., era un riposo importante sulla via della Puglia. Esaminando la mappa di questi riposi, ci si spinge verso il punto di grande attrazione religiosa che costituiva una terna devozionale fortissima: La Madonna Incoronata di Foggia, San Michele Arcangelo sul Gargano e San Nicola a Bari. Molte leggi, nei secoli, hanno regolarizzato i viaggi tratturali: dalle dimensioni della via erbosa ai pedaggi da pagare per entrare nel Tavoliere che dovevano, in qualche modo, assicurare anche protezione alle carovane. Ma il pastore ha sempre avuto, per convinzione religiosa o anche per tradizione devozionale altri “protettori” che ha cercato di avvicinare attraverso il mito e le leggende alla sua vita reale fatta di veri momenti duri e di pericoli inattesi. Lunghi sentieri da percorrere, nel silenzio rotto dai richiami ai cani abruzzesi che è stata definita la migliore razza del mondo per la difesa delle greggi dai lupi, orsi e altri predatori che, una volta, insidiavano le terre d’Abruzzo ed ora sono razze protette nei parchi nazionali abruzzesi. La durezza del lavoro, la tristezza che invadeva l’animo del pastore quando intraprendeva “la discesa” in Puglia non è tema oleografico, romantico ed arcadico di una società che fu. La partenza era prevista tra la prima e la seconda settimana di ottobre; già in settembre uomini, greggi, cavalli, muli, asini e la carovana con tutto quello che serviva per gli accampamenti, la raccolta del latte e la confezione dei formaggi si preparavano alla discesa dai monti.
L’atmosfera era carica di malinconia nella prospettiva dei tanti giorni di festa, Natale compreso, da passare lontano dal proprio paese. L’esperienza era tale da calcolare, a seconda della maggiore o minore aridità nel periodo estivo, anche eventuali prolungamenti in alcuni riposi e un rallentamento della discesa per permettere ai pascoli di raggiungere la massima crescita, quindi il maggior sfruttamento; il pastore aveva così tempo di sbrigare le operazioni doganali e di fare, al momento, una “professazione” volontaria del numero di capi in possesso al quale corrispondeva l’affido di un relativo appezzamento di pascolo che, spesso, non corrispondeva esattamente al numero reale ma permetteva di avere più erba per un minor numero di pecore. Durante le soste gli uomini intrattenevano rapporti di amicizia e di commercio con i locali. Artigiani e venditori, scesi al seguito della carovana dei pastori intrecciavano i loro traffici e i diversi tratti culturali e devozionali in un continuo scambio.
Lo scorrere del tempo pastorale differiva dal calendario contadino ma, se vi erano divergenze nei tempi delle semine e di raccolti rispetto a quelli delle partenze e dei ritorni con le greggi, gli itinerari e le date dei contadini e dei pastori convergevano nei percorsi pellegrinali che cadevano anche nei periodi di fiere e mercati. E così le fiere erano punto di incontro oltre che di scambio: la fiera di Foggia si svolgeva intorno alla data del pellegrinaggio al Gargano, nella prima quindicina del mese di maggio quando si concludeva il periodo della transumanza in Puglia con rituali religiosi ed economici insieme. A fine settembre, ad Isernia per i Santi Cosma e Damiano, un fiera segnava l’inizio del transito, a fine novembre invece a Lucera, in occasione della festa di S. Caterina, un’altra fiera indicava l’assestamento dei pastori che erano discesi in terra pugliese. Nell’Abruzzo pastorale, a maggio, mese nel quale gli uomini tornavano, avevano luogo soprattutto fiere di bestiame in occasione di S.Gemma a Goriano Sicoli e a L’Aquila sul piazzale antistante la chiesa di Collemaggio. Il collegamento tra Puglia e Abruzzi è alla base della leggenda di fondazione del Santuario della Madonna di Roio, a L’Aquila, sorgendo nelle vicinanze del celebrato tratturo L’Aquila-Foggia. All’origine del Santuario vi è il ritrovamento di una statua della Madonna in cedro dorato, attribuita al XIV sec., presumibilmente non opera abruzzese, da parte di un giovane pastore nativo di Lucoli (AQ) ma recatosi con le greggi a svernare in Puglia. Poiché aveva perduto il suo gregge, pregò la Madonna che gli apparve indicandogli il luogo dove Felice Calcagno, così si chiamava il pastore, lo ritrovò. La voce corse e si diffuse tra tutti i pastori che svernavano nel Tavoliere che si recarono sul posto per ammirare una statua di grandezza naturale con le stesse sembianze della visione avuta da Calcagno. Il gruppo di transumanti, al ritorno in primavera, posero la statua su un mulo, che si arrestò, piegando le ginocchia presso la Croce del Castello di Roio. Nei tentativi di trasportarla nel loro paese, a Lucoli, la statua tornava nella precedente località, dove fu costruito il santuario méta, da quel momento, di preghiere, voti e pellegrinaggi soprattutto del mondo pastorale. L’esigenza, come si diceva, di creare ierofanie e miti che si avvicinano alle vere necessità di un particolare gruppo di uomini, contribuiva, in tal caso, alla nascita di una leggenda, la quale trovava spunti e addentellati con la “realtà reale” della scansione del tempo pastorale, Questa realtà, d’altra parte, combaciava con i tempi di angoscia, stupore, gioia, estasi del miracolo, ma anche con i momenti annuali vissuti dai pastori che, afflitti nel partire, tornavano lieti di restare a casa per un po’ di tempo con i propri cari, prima di riprendere nuovamente il lungo, faticoso cammino. In questo santuario, nel 1981, il pittore Remo Brindisi offriva alla Madonna un ex-voto intitolato “La Madonna della Transumanza”. E’un olio su tavola 70x50, dove si notano la Santa Madre con il Bambino, un volto di pastore nel fondo e figure di agnelli che fanno da cornice ai volti santi. Nella devastazione del terremoto del 2009, la statua della Madonna di Roio è stata spostata dalla chiesa pericolante e il Pontefice Benedetto XI, durante la sua visita alla città terremotata donò una rosa d’oro a questa Madonna per invocare protezione per tutti coloro che erano stati coinvolti nel terribile sisma.
La devozione a San Michele era così sentita dai gruppi pastorali che un duplice pellegrinaggio al santuario del Gargano scandiva l’inizio e la conclusione del viaggio della transumanza. Le carovane cominciavano a spostarsi dalla nostra regione verso la metà del mese di settembre e, dopo circa una quindicina di giorni, sostavano a Monte S.Angelo il 29 settembre per chiedere al Santo protezione nella sua grotta e con le sue acque. La stessa visita si compiva a primavera, per il ringraziamento, con un pellegrinaggio che cadeva intorno all’otto maggio, data importante anche per l’apertura della fiera di Foggia nella quale intervenivano, a volte, non solo commercianti provenienti da ogni parte del regno ma da paesi europei come la Francia e l’Inghilterra che conoscevano le pregiate lane. I pellegrini avevano segni distintivi per riconoscersi lungo i percorsi. Portavano penne di gallina rosse e gialle, come quelle sul cimiero del santo guerriero, una conchiglia per raccogliere acqua, un cavalluccio di pasta di scamorza per definire la provenienza contadina, come il collare intrecciato della stessa pasta che indossavano coloro che, in Molise, festeggiavano in processione la Madonna Incoronata di Santa Croce di Magliano. La leggenda di fondazione del santo luogo ha come protagonista un pastore di nome Gargano che, tornando dal pascolo, scopre che tra i suoi animali manca un toro. Cercandolo, lo ritrova inginocchiato vicino ad una grotta. Il pastore, irato per la lunga ricerca, prende una freccia avvelenata e dirige il suo arco verso l’animale. L’arma, tra lo stupore e la paura dei presenti non colpisce il toro ma Gargano stesso. La misteriosa vicenda scuote l’animo del vescovo che ordina tre giorni di digiuno e preghiera. Dopo questa penitenza l’Arcangelo si manifesta al vescovo e dichiara essere lui l’artefice per affermare di aver scelto quel luogo come suo e di volerlo proteggere. La lettura, tra le righe, dei vari episodi leggendari presenta un intreccio di simboli utilizzato per sottolineare la vittoria dei dogmi cristiani su un complesso religioso precedente. San Michele era venerato dai contadini anche se la posizione montana del santuario e l’ubicazione nella grotta rappresentavano due aspetti familiari ai pastori, abituati a vivere in zone simili e a ricoverarsi, insieme al loro gregge, negli antri delle grotte che costellano le montagne abruzzesi. La vicinanza di una sorgente o di un pozzo a questi ricoveri, ha definito punti di riposo e devozione, che erano ubicati lungo tutta l’area che gravitava intorno al tracciato tratturale.
I percorsi devozionali micaelici avevano il loro fulcro nel santuario del Gargano dal quale si irradiavano. Il culto dell’Arcangelo, risalente al V secolo e proveniente da oriente, rappresentava l’aspetto cristiano che aveva preso il posto di divinità vicine al mondo silvestre e pastorale. Attraverso l’andare dei pastori, lungo i tratturi, era giunto in Abruzzo e aveva trovato collocazione in quei luoghi, già sedi di culti precristiani e scenograficamente consoni alle esigenze di questi gruppi. Solo per citarne alcuni, ricordiamo la grotta di S. Angelo a Castiglione a Casauria (PE) sul tratturo Centurelle-Montesecco che era utilizzata come luogo di venerazione dai romani e poi nel periodo longobardo durante il quale il culto ebbe maggiore diffusione. Sullo stesso tratturo, a Lettomanoppello (PE) la grotta S. Angelo offriva, nelle vicinanze, acqua dalla Fonte del Garzillo, la sua conformazione, con un ampio androne, accoglieva le greggi che si riparavano e abbeveravano. A Lama dei Peligni (CH), un’altra grotta dedicata al santo è stata anche abitata dal Beato Roberto da Salle prima di fondare, nella zone sottostante un monastero nel 1327. Ricovero di pastori ma anche luogo di eremitaggio, è la grotta di San Michele Arcangelo a Ripe di Civitella (TE) che deve, probabilmente a questi ultimi la diffusione del culto micaelico e che per la sua conformazione ed ubicazione (nella zona si trovano quaranta grotte) fu riparo per briganti e pastori.
A San Michele sono inoltre dedicate chiese edificate in stretto collegamento con il santuario pugliese come la chiesa di S. Michele Arcangelo a Vasto, in prossimità del tratturo L’Aquila-Foggia, la cui costruzione nel 1657, nata per scongiurare la peste nel regno di Napoli ed i terremoti in Puglia, venne attuata dopo una visione avuta dall’Arcivescovo di Manfredonia il quale permise che alla base delle fondamenta della chiesa fosse lasciata una piccola pietra proveniente dal santuario garganico a suggellare questo stretto legame di uomini e culture. Il culto del santo era molto sentito a Liscia con il suo santuario.
La ramificazione dei tratturi, oggi difficilmente ravvisabile, attraverso bracci e tratturelli di larghezza diversa creava collegamenti tra i più importanti luoghi di culto e permetteva di raggiungerli durante il percorso transumante.
Nella dinamica delle priorità, in merito alla devozione, la figura femminile della Madonna, che richiama mitiche presenze sul culto della dea madre, era quella che veniva privileggiata. Le motivazioni economiche e devozionali insieme facevano del santuario della Madonna Incoronata a Foggia il centro del circuito sacro dal quale si irradiavano percorsi tratturali e altri santuari. La Madonna pugliese è una Madonna nera ed il colore rimanda a tutte le numerose altre Madonne scure sparse sul territorio italiano (Madonna di Loreto, della Milicia, di Trapani, di Tindari, di Palmi, di Seminara ed altre) e si collega con divinità femminili precristiane che significavano il colore scuro della pelle con lo stesso colore della terra. Secondo la tradizione la fondazione del santuario risale al principio del secolo XI quando un ricco signore della Puglia sognò di vedere un bellissimo daino che correva tra i cespugli, inondato di luce. Recatosi a caccia presso la zona boscosa del fiume Cervaro, spinto dalla suggestione e dalla curiosità, il sogno divenne realtà dal momento che lì vide un grande fascio luminoso e cadde in ginocchio ai piedi di una quercia sentendo una voce che gli manifestava la sua natura divina ed il desiderio dell’edificazione, in quel luogo, di una cappella. Tra i rami dell’albero, una volta sparita la luce, apparve la statua della Madonna Incoronata. In quel momento giunse un contadino che portava i suoi buoi al pascolo. Gli animali si inginocchiarono davanti al prodigio e Strazzacappa, questo era il suo nome, prese una caldaietta colma di olio che sospese ad un ramo della quercia per appenderla in onore della Madre Santa. Miracolosamente l’olio durò per lungo tempo e il ricco signore, probabilmente il Conte Guevara, fece edificare la cappella richiesta dalla Vergine che venne poi inglobata nell’altare maggiore dell’attuale santuario. Antichi riti venivano compiuti all’esterno e all’interno del santuario come quello dei tre giri da effettuare, intorno alla chiesa, prima di entrarvi e che richiama un uso di probabile origine bizantina. Lungo le tre strade maggiori che conducevano al santuario, a circa un chilometro dall’arrivo, i pellegrini che volevano sciogliere un voto, si levavano le calzature e procedevano scalzi (ora l’usanza è meno frequente). Le due località dove si fermavano erano denominate “gli scalzatori” ed erano il ponte del fiume Cervaro e la confluenza del tratturo con la ferrovia per Potenza. I pellegrini si radunavano all’ingresso dell’edificio sacro, si ponevano in ginocchio e avanzavano così fino all’altare non porgendo mai le spalle alla statua e spostandosi a ritroso per uscirne. La scala che porta alla statua è detta “scala santa” e chi la saliva intonava antiche invocazioni. Profondamente sentita è la vestizione della sacra effigie per la processione. Il santuario, mèta di tanti pellegrini, era visitato dai pastori abruzzesi e molisani (fino agli anni ’60 del 1900 le due regioni non erano divise) che tornavano nella propria regione.
Oggi, a Foggia, oltre ai consueti e numerosi pellegrini, annualmente tornano gli emigrati sparsi in varie parti d’Italia e dell’estero sentendo l’esigenza di recarsi nella loro terra di origine anche per far visita all’Incoronata, omaggiata e pregata non più da uomini transumanti ma da coloro che praticano “nuovi viaggi di lavoro”. La tradizione dell’antico circuito sacro però, è sempre viva dal momento che la Basilica Santuario che edita, annualmente, un calendario, nel 2003 ha scelto come soggetti mensili una serie di immaginette popolari dedicate alla Madonna nelle quali, spesso, essa è accompagnata da San Michele e San Nicola.
Il culto dell’Incoronata risalì lungo i tratturi per allocarsi nei territori abruzzesi, spesso proprio in zone limitrofe ai percorsi tratturali quando non in località di partenza. Alcune chiese abruzzesi cambiarono, nel tempo, il titolo primitivo con quello di dedicazione a questo culto mariano che divenne via via più sentito. A Vasto, il complesso dell’Incoronata era originariamente dedicato a San Martino e fu fondato, secondo le tradizioni, nel 1738 in seguito ad un evento miracoloso che concluse un tragico periodo di siccità. A Sulmona, la chiesa dell’Incoronata era dedicata prima a S.Girolamo e poi alla Madonna della Croce, infine alla Vergine. A Pescasseroli, la sede originaria della statua della Madonna non era quella dove ora si trova ma vi fu spostata per avere un posto più importante dove pregarla. La religiosità transumante definì quindi anche le scelte di culto che divennero momento aggregante tra le genti abruzzesi e pugliesi come, ad esempio tra i gli abitanti di Pescasseroli e quelli di Foggia che, forti del legami tra le due Madonne nere, vivificano a tutt’oggi questa continuità anche se i tratturi non sono più attraversati dai pastori.
Il terzo luogo devozionale, caro ai pastori si spinge più oltre in Puglia: Bari è la sede della grande basilica dedicata a San Nicola. I tratturi, anche questa volta, hanno rappresentato le piste che pellegrini e pastori hanno percorso nei secoli. Di ritorno da questa regione gli uomini hanno veicolato in Abruzzo il culto per il Vescovo di Mira che, provenendo dall’Oriente e attraversando il mare, divenne patrono dei marinai; collocato poi in terra di tratturi assunse il protettorato dei pastori e fu il santo di riferimento per le comunità di provenienza albanese che si allocarono nel meridione italiano. Numerose sono le leggende legate alla figura di questo santo che fu vicino alle giovinette, salvandone le virtù, e ai fanciulli, rendendo loro la vita che era stata messa a repentaglio da un subdolo oste. Alcune di queste leggende e soprattutto la grande devozione scaturita in Europa dopo che le sue reliquie, trafugate oltremare, furono collocate a Bari hanno modificato, nel mito, la sua figura evidenziandone la generosità verso i piccoli come portatore di doni con l’immagine di Santa Klaus, il nostro babbo Natale. Un santo collegato perciò “territorialmente”, attraverso i tratturi, al mondo pastorale della nostra regione nella quale molte furono le chiese a lui dedicate e la cui devozione non si è mai spenta tanto da far nascere, negli abruzzesi la tradizione dei pellegrinaggi a piedi fino a Bari. Il viaggio prevedeva molte soste e solitamente si partiva negli ultimi giorni di aprile per essere tutti presenti il 7 maggio e partecipare alle grandi celebrazioni, a Bari, per la festa del santo. La data si inseriva perfettamente nel circuito devozionale pastorale di maggio, mese nel quale i pastori tornavano a casa. Non è casuale, dunque, la serie di cadenze del calendario pastorale, diverso da quello agrario che era scandito dai momenti dei grandi raccolti; il mondo pastorale seguiva un ritmo diverso le cui ricorrenze erano legate alle partenze e ai ritorni, erano privilegiati i mesi di maggio e settembre. Le località abruzzesi dalle quali partivano e partono, ancora oggi i devoti, sono situate in prossimità dei tratturi. Forte resta, anche qui, il legame con l’antica tradizione devozionale che permette, ad esempio, al gruppo proveniente da Pollutri di essere tra i primi presenti alla processione di Bari. Molte sono le compagnie di Lanciano, Vasto, Pollutri, Archi, Perano, Moteodorisio, S.Salvo, che hanno praticato viaggi a piedi con soste previste e relativa ospitalità delle comunità dove si fermavano. Il codice comportamentale dei pellegrini era regolato e fatto osservare da un priore che conduceva i devoti e così per tutti i rituali che venivano eseguiti nella chiesa del santo, ed anche per il ritorno. Il viaggio a piedi, oggi molto meno praticato a vantaggio di pullman e automezzi personali, risultava faticosissimo ma la fatica era direttamente proporzionale al sacrificio da offrire per sciogliere un voto o per richiedere una grazia. Anche Pollutri conserva una reliquia del Santo.
Nuovi metodi organizzativi hanno mutato il fenomeno della transumanza. I tracciati devozionali di uomini e greggi restano nel ricordo di coloro che li hanno compiuti, alcune cappelle e alcuni riposi, lungo i tratturi, sono diruti. Le tre grandi Basiliche sono un unico cuore pulsante in Puglia, corroborato da continui e odierni pellegrinaggi dall’Abruzzo.

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