Memorie e tracce della transumanza teramana
LUIGIA FLACCO e VALENTINA ANTONELLI

Premessa

La grande transumanza interessava soprattutto la provincia dell’Aquila.
Dalla città dell’Aquila, costruita con la pecunia dei castelli di Campo Imperatore, partiva il Tratturo L’Aquila – Foggia detto anche Tratturo Magno, uno dei maggiori, insieme al Celano-Foggia, al Castel di Sangro-Lucera e al Pescasseroli-Candela : tutti larghi 60 passi napoletani , cioè 111metri.
Anche la provincia di Teramo ha avuto la sua transumanza, meno imponente e soprattutto meno unidirezionale .
Essa seguiva più direttrici:
• verso il Tavoliere pugliese utilizzando il Tratturo Frisa- Rocca di Roseto;
• verso la costa , in quell’area destinata alla Doganella d’Abruzzo;
• verso il Tirreno e in particolare nell’agro romano.
Il racconto di questa migrazione stagionale che portava con sé non solo uomini e animali, ma “interi mondi”, avviene attraverso memorie e tracce che nel loro incontrarsi, permettono di ricostruire quella che oggi definiamo la “Civiltà della transumanza” .
La memoria è costituita da racconti personali e da documenti archivistici e bibliografici .
Le tracce sono rappresentate dagli oggetti che accompagnavano la vita dei pastori, attualmente conservati nei musei etnografici.
Nella provincia di Teramo il ricordo di questa civiltà è sempre più fragile, sia per la mancanza di un segno forte (i grandi tratturi, come abbiamo detto, si trovano tutti nella provincia dell’Aquila), sia per la morfologia stessa del territorio che, dalla montagna al mare, accoglie anche la civiltà contadina e quella marinara.
Riprendendo le parole di Alberto Magnaghi: “La distruzione della memoria e della biografia di un territorio ci fa vivere in un sito indifferente, ridotto a supporto di funzioni di una società istantanea, che ha interrotto bruscamente ogni relazione con la storia del luogo” quindi abbiamo il dovere non solo di conservare, ma anche di valorizzare le memorie e le tracce che ancora persistono.

Le memorie : documenti storici e racconti di pastori

Una storia può definirsi fondata se viene supportata non solo dalla memoria personale, ma anche dai documenti storici. Per questo motivo abbiamo voluto affiancare ai racconti dei pastori transumanti alcuni documenti storici.
Il primo non può che essere la “Carta dei Tratturi, Tratturelli, Bracci e Riposi” del 1959 ( aggiornata a cura del Commissario per la reintegra dei Tratturi di Foggia sulla precedente edizione del 1911, pubblicata ai sensi della legge 20 Dicembre 1908 n° 746 e dell'art.1 del Regolamento n.197 del 5 gennaio 1911) dove il Frisa-Rocca di Roseto viene identificato dal numero 90 e definito non reintegrato.
Nell’inventario dell’Archivio del Tavoliere di Puglia, il Tratturo Frisa–Rocca di Roseto si attiene al seguente percorso:
Chieti: Frisa , Crecchio, Ortona, Tollo, Francavilla al Mare;
Pescara: Pescara, Città Sant’Angelo, Elice;
Teramo: Cellino Attanasio, Scorrano, Cermignano, Basciano, Leognano, Montorio al Vomano,Crognaleto, Rocca di Roseto.
Le località attraversate sono: Crecchio, Tollo, Ortona, Montesilvano, Citta Sant’ Angelo, Elice, Montefino, Cellino Attanasio, Basciano, Montorio al Vomano, Cortino, Rocca di Roseto .
Tuttavia se il tratturo risulta non reintegrato nel 1959 è praticamente impossibile trovarne traccia negli anni precedenti e questo perché rilevare un percorso tratturale, con altimetrie particolarmente accidentate, aveva un costo che poteva rivelarsi proibitivo o non conveniente, soprattutto se il tratturo non era tra quelli maggiori.
Luigi Mammarella nel suo libro La storia del pastore…che passa la vita su e giù per i tratturi scrive :
”successive ricognizioni dopo le rivele del 1903 hanno permesso di caratterizzare alcuni tratturi e tratturelli come il Frisa-Rocca Roseto” e riporta le località testè citate .
Ma nella carta del 1904 e successivamente in quella del 1911, del tratturo n° 90 non v’è traccia.
Nel fondo Prefettura Vers.’95, conservato nell’Archivio di Stato di Teramo, busta 29, fasc.5, troviamo un documento datato 22 marzo 1904, composto da due fogli, in cui viene richiesto al Prefetto di Teramo di trasmette a tutti i comuni un questionario al fine di definire “se, cioè, e per quanto, i Tratturi siano tuttora necessari ai bisogni della pastorizia, tenuto conto delle sue condizioni attuali e dello sviluppo di cui sia presumibilmente suscettibili.”
Nel documento, visti i brevi tempi dati alla Commissione Reale per svolgere il proprio incarico, si raccomandava la massima sollecitudine nel raccogliere i dati ”facendo in guisa che possibilmente per la fine del mese i prospetti siano trasmessi alla intendenza di Finanza di Foggia” .
Il sindaco di Teramo sul “Prospetto dello stato dell’industria armentizia in relazione alla consistenza dei Tratturi, Tratturelli, Bracci e Riposi reintegrati e non reintegrati” scrive di propria mano: “Nel Territorio di questo comune non esistono tratturi o tratturelli, per quanto risulta dalle informazioni ottenute dall’ufficio competente. 8 Aprile 1904”
L’allora sindaco di Valle Castellana, G. Santini, rispondendo alla nota n. 8726 del 23 Maggio 1904 avente come oggetto “Regi Tratturi – Questionario” scrive: ”Gli animali nomadi e cioè bovino, equino in n. 740 e pecorino n.5990 di cui alla mia nota del 26 Marzo … n. 461 appartengono tutti ai cittadini di questo comune, i quali per lo più conducono detti animali in tempo d’inverno nelle regioni pugliesi o nell’agro romano che poi in principio di estate li riconducono ai pascoli naturali di questo comune.”
Ma a questa segnalazione non segue nessuna citazione del tratturo.
Eppure altri documenti ci parlano della transumanza verso la Puglia:
un fascicolo nel fondo Prefettura Vers.’95, sulla sorveglianza dei greggi transumanti riferita agli anni 1919-1925 con vari certificati dell’ufficio veterinario di Teramo e alcuni manifesti.
Tra questi uno, datato 1° Maggio 1929, in cui il Prefetto della Provincia di Teramo “ordina che il transito delle greggi per la provincia di Teramo avvenga solo tra le seguenti vie:
“a) Per greggi e mandrie provenienti dall’Agro Romano: la strada nazionale Aquila –Teramo fino alle diramazioni d’accesso ai rispettivi pascoli;
b) Per quelli provenienti dalle Puglie: la spiaggia litoranea dal confine della Provincia di Pescara sino a Roseto degli Abruzzi (Rosburgo), la via interna da Roseto degli Abruzzi a Ponte Vomano, dalla quale località il bestiame deve raggiungerei pascoli montani attraverso le seguenti diramazioni:
1) Strada lungo il Vomano per Montorio– Fano Adriano-- Pietracamela– Crognaleto e lungo il Mavone per Isola del Gran Sasso e Castelli.
2) Strada (tratturo) Forcella -Cimitero Miano per Valle san Giovanni e Cortino da una parte e per Teramo dall’altra, da qui per Torricella Sicura e Rocca Santa Maria da una parte e per Campli—Civitella del Tronto e valle Castellana dall’altra.
Nella demonticazione dovrà essere fatto lo stesso itinerario in senso inverso. (…)
Per il transito dei greggi provenienti dalla Puglia e diretti ai pascoli montani estivi sono istituiti posti di controllo veterinario a Roseto degli Abruzzi, Ponte Vomano (Forcella) e Teramo Stazione. Per le greggi e mandrie che dai pascoli estivi si spostano verso le sedi invernali sono istituiti posti di controllo veterinario a Ponte Vomano, Bivio Frondarola e Teramo stazione.
Il rilascio dei certificati di sanità e di origine, prescritti dalla presente ordinanza è affidato ai Podestà e ai Veterinari della Provincia limitatamente alla circoscrizione del Comune e della condotta. (…)”
Nei luoghi di sosta venivano presi i nomi dei proprietari delle greggi, il loro comune di provenienza (in caso di monticazione per lo più Foggia, San Severo, S. Paolo Civitate, Lucera, Apriceno, Serracapriola, Larino, Lesina, Torre Maggior) e il comune di destinazione (Crognaleto, Cortino, Valle Castellana, Rocca Santa Maria).
Questi Certificati sanitari sono datati 1923.
Nei testi che si occupano di transumanza è difficile trovare corpose informazioni sul tratturo teramano, ma quei pochissimi riferimenti permettono un’iniziale ricostruzione.
Nei secoli IX e X s’insediarono nella nostra regione le regole monastiche: i benedettini prima e i cistercensi dopo.
Una cartina con gli insediamenti cistercensi riporta le case madri con le rispettive aggregazioni, dipendenze e con i tratturi attivi nel XII sec.
Tra questi, uno sembra ricalcare il Frisa-Rocca di Roseto ed è il tratturo che partiva da Capodacqua (dove vi erano possedimenti del monastero attualmente scomparso dei santi Vito e Salvo) al confine con la diocesi reatina, e si dirigeva verso la costa, per poi ricongiungersi al tratturo L’Aquila – Foggia.
Bisogna ricordare che Capodacqua a quei tempi era in territorio regnicolo.
Solo nel 1840, con la rettifica dei confini tra Regno di Napoli e lo Stato Pontificio, passò a quest’ultimo.
In un testo sul paese di Frisa vengono riportate le vicende del monastero di Santa Maria, dipendente dalla chiesa madre di S.Giovanni in Venere, che già dal XIV sec. doveva essere luogo di sosta dei pastori transumanti.
Dopo l’istituzione della Dogana il monastero vide accrescere il passaggio delle pecore: “passaggio ulteriormente amplificato con l’apertura del “Tratturello Frisa - Rocca di Roseto”.
In un testo sulla storia di Cortino il terminale del Tratturo, nella provincia di Teramo, viene individuato nella località Cegno, nei prati di Valle Vaccaro.
L’Archivio di Stato di Teramo ne conserva l’antico catasto.
Datato 1634, troviamo nella descrizione dei beni di Mattio di Oratio:“(…) Have prato in contrada della verdura da capo lo tratturo delle pecore, da piede la strada, da un lato la chiesa e dall’altro lato Ambrogio Palambini, di capacità due , a coppi due, stimato denari sei.”
Oppure nella descrizione dei beni della Chiesa di S.Giorgio: “ Have prato in contrada della fonte Macchiemmeda capo Paolo de Federicis, da piede e da uno lato lo tratturo delle pecore e, dall’altro Mattio di oratio, di capacità uno”.
Capire perché e come il Tratturo Frisa–Rocca di Roseto sia stato riportato solo nell’ultima carta prodotta, quella del 1959, nonostante i documenti conservati nell’Archivio di Stato di Teramo, e alcuni testi, ci parlino dell’esistenza di un flusso di armenti tra i monti teramani e il Tavoliere, necessita sicuramente di indagini più approfondite.
Tuttavia il Tratturo Frisa-Rocca di Roseto non era il solo percorso di transumanza anzi, molti pastori andavano nelle campagne romane.
Essendo la transumanza una questione precipuamente economica, in essa troviamo una divisione di classe ben definita:
-i membri delle famiglie che possedevano molti armenti, si trasferivano nello Stato Pontificio per curare gli interessi economici della famiglia ;
-i membri delle famiglie più povere, per lavorare come pastori o braccianti;
- i possessori di piccoli greggi non praticavano la transumanza ,ma la monticazione.
Nel 1860 la famiglia di Carmine Riccioni, sindaco di Crognaleto spostava nella campagna romana circa 2000 pecore, 60 vacche e 150 capre.
Delle informazioni sui percorsi tratturali nel teramano sono state raccolte dall’Ing. Goffredo Rotili, ex sindaco di Rocca Santa Maria:
“Dalla zona di Forno, Riano e Fioli del Comune di Rocca S.Maria, di Padula-Macchiatornella del Comune di Cortino e di molte frazioni del Comune di Crognaleto, salivano sul Bilanciere o da Valle Vaccaro, procedevano per Piano Roseto, riscendevano per San Giorgio fino a Montorio Al Vomano e successivamente salivano in collina per proseguire fino alla città di Penne, superare la città di Chieti ed arrivare ad incrociare il tratturo che scende dalla Maiella.
-Dalle frazioni Fornisco, Ceraso, Coronelle, San Vito, Pascellata, Macchia da Sole, Macchia da Borea, Piano Maggiore e Valle Pezzata del Comune di Valle Castellana e dalle frazioni Acquaratola, Serra, S. Biagio, Canili e Tavolero del Comune di Rocca S. Maria si raggiungeva la località Imposte-Posta Vecchia e percorrendo la cresta montana verso il Monte Fano, si scendeva poi nella vallata del Tordino, si superava la città di Teramo e si raggiungeva il mare per poi proseguire lungo la spiaggia del Mare Adriatico verso sud , fino ad immettersi sul grande tratturo.
- Tutti i pastori proprietari di greggi di pecore del versante orientale dei monti della Laga , ricompreso nel Regno delle due Sicilie , facevano la transumanza verso il Tavoliere della Puglia, mentre tanti garzoni
e pastori attraversavano la montagna e andavano a servizio delle grandi ditte armentizie dei villaggi del Comune di Amatrice”.
Molti cognomi dei nostri garzoni-pastori sono stati loro assegnati dal nome della ditta armentizia in cui operavano.
Ad esempio il celebre brigante di Castiglione di Rocca S. Maria, Marco Sciarra, ha avuto il suo cognome dalla ditta armentizia Sciarra della campagna romana.

I racconti dei pastori

La transumanza in Puglia : il racconto di Francesco Ciapanna.
La storia raccontata dal sig. Francesco Ciapanna di Rocca Santa Maria (TE), classe 1933, è un po’ la storia del nostro Abruzzo, la storia di quanti come lui, pastori, hanno percorso chilometri e chilometri di quelle lunghe strade interrate, sotto il sole battente e sotto la pioggia scrosciante, chiamate tratturi.
A soli 9 anni lasciò la scuola per intraprendere il duro mestiere del pastore. Mestiere che segnerà per sempre i suoi ricordi di bambino ma anche e soprattutto il fisico della sua vecchiaia (calli, unghie incarnite e ginocchia doloranti).
“Erano gli anni prima della guerra. Il viaggio per Portocannone (piccolo paesino, attualmente non rinvenuto, vicino il lago di Lesina) era lungo... circa 16 giorni di viaggio in compagnia di altri due o tre pastori, un migliaio di pecore, bestie (muli e cavalli) per trasportare attrezzi ed utensili di ogni sorta e tanti cani a difesa del gregge. Di nascosto, anche qualche fucile! La partenza era prevista generalmente tra settembre ed ottobre e il rientro nelle proprie case non prima di maggio. Le donne preparavano le “valigie” per il viaggio ovvero grandi ceste piene di reti (per raggruppare e coprire le pecore), di cucchiai e mestoli di legno, di “calderoni” e per i più fortunati, calzini e “cappe ” di lana cuciti a mano. I 16 giorni di viaggio erano pesanti o, per meglio dire, massacranti. Le suole delle scarpe erano fatte di legno e quando sul tratturo non c’erano rovi o pietre, si preferiva camminare scalzi. Si dormiva dove si poteva, sotto ai ponti o quando si era particolarmente fortunati, ospiti di qualche casa. E per di più, se durante il viaggio qualche pecora partoriva, si doveva trasportare sulle spalle anche il piccolo appena nato. Giunti a destinazione, si allestiva la propria abitazione temporanea con delle tende o si dimorava presso qualche rimessa di attrezzi agricoli presente e disponibile nelle vicinanze. La parte più complessa e delicata della permanenza in terra pugliese non era l’alloggio, il procurarsi il cibo o la vendita dei prodotti delle pecore bensì la difesa del gregge dai tanti ladri e briganti che popolavano le grotte della zona. Ecco spiegato il motivo dei fucili trasportati di nascosto! Ci si sfamava raramente di pasta, troppo costosa per potersela permettere, ma per lo più di “panecotto”, ovvero pane raffermo, immerso in acqua bollente per pochi minuti e poi accompagnato da verdure o da ricotta. Di carne non se ne parlava per niente”.
La transumanza finì improvvisamente nel 1943, anno in cui i tedeschi occuparono il nostro territorio. Nessun pastore poté più muoversi con il proprio gregge e questo fu la causa di una grande moria di animali per freddo e fame.
Finita la guerra e liberata l’Italia, in Puglia i nostri pastori ci tornarono... stavolta non più a piedi ma su treni carichi e “belanti”. Era il tramonto di una grande migrazione pedestre che non si sarebbe più ripetuta.

La transumanza nel Lazio : il racconto di Virgilio de Chicchis

Virgilio De Chicchis è nato a Roma, nel 1935, ma poteva nascere anche a Frattoli, visto che la sua era una famiglia transumante.
Ha fatto la transumanza fino ai primi anni ’50…”poi sono arrivati i camion”.
Il suo viaggio durava sette giorni.
Partivano da Frattoli, a Settembre, “come diceva D’Annunzio”, lui, la sua famiglia, il suo gregge e altri pastori con i rispettivi armenti.
In tutto erano circa duemila pecore, e la prima tappa la facevano al Coppo, nel Comune di Crognaleto, perché la mattina della partenza: “per ora che preparavamo tutto il necessario, si faceva tardi”.
La mattina seguente ripartivano, e la sera arrivavano alle Capannelle dove spesso dormivano, ospiti, nella casa cantoniera.
Il giorno dopo prendevano una mulattiera per Mascioni, passavano in mezzo a Preturo, e da lì la strada per Antrodoco.
“C’era una chiesetta… di San Berardino”da dove giravano per la montagna, verso Tornimparte e poi prendevano la Cicolana e giù, per Pescorocchiano, Leofreni, Tufo e Carsoli.
Da Carsoli andavano a Riofreddo, Roviano, Mandela e giungevano a Vicovaro, dove passavano la notte.
La mattina presto, percorrendo la strada asfaltata, la vecchia Tiburtina (ex SS5),e alzando lo sguardo su Castel Madama, arrivavano a Tivoli.
Qui il grande gruppo si divideva: chi andava a Fiano Romano, chi a Cinecittà, chi al Divino Amore.
Virgilio e famiglia stavano per lo più intorno alla Garbatella.
Era tutta campagna fino al Divino Amore… non ci stava niente! “.
Virgilio è nato a Monteverde Vecchio , avevano in affitto un casale, in mezzo alla campagna, ma San Pietro era lì : “quando è morto Papa Ratti, la chiesa era tutta illuminata, mamma ci portava sempre lì…stavamo a due passi”.
Il contratto durava fino al 15 Marzo, perché poi la terra doveva essere coltivata a fieno.
Allora si spostavano a Fiano Romano fino ai primi di Giugno, quando tornavano in Abruzzo.
Virgilio ha fatto la transumanza anche durante la guerra.
Nel 1942 si fermarono nella zona di Cinecittà …”e pure lì era tutta campagna”.
Nel 1943 ripartirono un mese prima del terribile bombardamento di San Lorenzo.
Virgilio ricorda i bombardamenti e, sorridendo, anche quella volta in cui dovendo attraversare il Tevere, ma non essendoci più il ponte, dovettero caricare le pecore su un barcone e fare più di un viaggio per completare la traversata.
Virgilio ha fatto la transumanza a piedi fino al 1950, poi sono arrivati gli autotreni, ma c’erano pochi soldi e allora, spesso, per risparmiare, insieme ad altri, arrivavano a piedi fino alle Capannelle o fino a Pizzoli.
“Una volta ho caricato le pecore sul treno a Sasso, ma mamma mia, ha fatto un giro lunghissimo…per Terni … abbiamo caricato gli animali la mattina e siamo arrivati ad Ostiense la sera del giorno dopo.
Siamo scesi e con le pecore siamo andati alla Garbatella.”
Virgilio ha fatto il pastore fino al 1999.

Le Tracce : i musei etnografici di Cerqueto e Montorio al Vomano

“La terra dei tratturi e della transumanza, modellata sui monti e le pianure di Puglia, Basilicata, Molise, Lazio e Abruzzo, è punteggiata da una rete di piccoli musei dedicati alla vita dei pastori e all’economia di produzione dei derivati del latte e della lana. Negli anni Sessanta e Settanta una stagione d’impetuosa modernizzazione travolge i modi di vivere dei paesi, le microeconomie della montagna, le forme culturali tradizionali dei territori marginali. Il segno più evidente è lo spopolamento dei borghi, delle valli montane e delle terre alte. I giovani scendono a valle, in direzione delle grandi città, attratti dalle opportunità di studio e di lavoro e dai nuovi stili di vita veicolati dai mezzi di comunicazione di massa. E tuttavia l’urbanizzazione e la globalizzazione provocano una reazione inaspettata: il rischio di cancellazione delle antiche identità culturali, di estinzione dell’economia e dei mestieri tradizionali, di rottura delle catene di legami familiari e comunitari, spinge un piccolo esercito di ricercatori, collezionisti, appassionati, a una capillare azione spontanea di raccolta e sistemazione di oggetti di vita materiale e di documenti scritti, visivi e sonori.
Il recupero e la catalogazione dei reperti dà vita a un reticolo di musei della civiltà contadina, di arti e tradizioni popolari, fino agli ecomusei di ultima generazione che legano patrimonio, territori e comunità. Iniziatori di questo processo – a metà degli anni Sessanta – sono due sacerdoti abruzzesi: Don Virgilio Pastorelli, cappellano delle Pie Unioni Pastori, che avvia a Lucoli il Museo della Pastorizia e Don Nicola Jobbi che crea a Cerqueto il Museo del folklore e delle tradizioni popolari” .
Il nostro interesse sulle tracce conservate si è concentrato in particolare sul Museo etnografico delle arti e tradizioni popolari di Cerqueto di Fano Adriano e su una raccolta privata conservata a Montorio al Vomano.

Don Nicola Jobbi e il museo di Cerqueto

Don Nicola Jobbi oggi ha ottantuno anni e conoscerlo è come attraversare una porta spazio/temporale: si attraversano epoche dimenticate, spazi costellati da oggetti che ci parlano di storie lontane, ma attraverso la sua voce, il suo racconto, tutto acquista una vitalità ed un’energia inesauribile .
La stessa che nel 1963 Don Nicola, allora ventottenne, portò con sé a Cerqueto, piccolissimo paese della montagna teramana, nella sua prima nomina parrocchiale.
Da subito gli fu chiaro quanto il paesino fosse lontano dalle correnti della modernità, quanto fosse chiuso nelle sue tradizioni, quanto la vita quotidiana fosse dura perché priva delle comodità più ovvie, ma questo non lo spaventò anzi non esitò a sentirsi “un cerquetano tra cerquetani “.
Con questo spirito iniziò un lavoro non solo sulle anime, ma sulle persone e sull’intera comunità al fine di limitare l’abbandono del paese e trasformarlo “da misero centro agricolo-pastorale in continuo declino a centro turistico di un certo rilievo” come scrisse il prof. Bruno Misantoni nel 1965, in qualità di segretario del Movimento giovanile Cerqueto, fondato insieme a Jobbi, all’allora Preside della Repubblica.
Tutte le iniziative create e volute dal parroco, coadiuvato dai suoi collaboratori, sembrano nascere per caso, ma in realtà sono fondate sulla volontà di dare una possibilità di riscatto a questo piccolo paese, di “salvarlo” dall’ oblio, di deviare per un attimo la corrente della modernità dall’area marina a quella montana e questo sembra, per un certo periodo, avverarsi, anche grazie alla grande capacità di don Nicola di tessere una rete di conoscenze locali, regionali e nazionali.
Nel 1964 viene realizzata la Prima Estemporanea di Pittura, con premi in natura.
Nello stesso anno inizia quella raccolta di oggetti quotidiani che andranno a formare il ” più piccolo museo d’Italia” .
Nel 1966 viene messo in scena il primo Presepe Vivente.
Ma don Nicola cerca anche di creare possibilità lavorative come il tentativo di fondare una “Cooperativa di pastori per lo sfruttamento della montagna e l’incremento del bestiame” purtroppo sfumata per disaccordi e divisioni locali, oppure la realizzazione, nel 1968, di una cooperativa tessile “Artigianato di Cerqueto” composta da numerose donne del paese.
La fama di Cerqueto, alimentata dalla rete di conoscenze di don Nicola, porta in paese, nel 1969, un gruppo di antropologi giapponesi che vi vedono il modello di riferimento più occidentale nell’ analisi comparativa del pastoralismo euroasiatico.
Don Nicola Jobbi resta a Cerqueto fino al 1983. L’ anno successivo si trasferisce nella parrocchia di Montorio al Vomano che a tutt’oggi guida da solo.
Modernità e conservazione sono i termini del suo lavoro : cercò di modernizzare il paese , ma al contempo ne preservò le memorie attraverso le numerose foto e registrazioni di canti, feste, stornelli, rituali religiosi, e le tracce, con la continua raccolta di oggetti del passato attualmente conservati nel Museo Etnografico delle Arti e delle Tradizioni Popolari di Cerqueto.
Don Nicola racconta la nascita casuale del museo in un testo datato 1966, presente nel primo catalogo del museo a cura dell’Ente Provinciale per il Turismo di Teramo pubblicato nel 1983. Qui scrive: ”eravamo presi da mille preoccupazioni per organizzare –a Cerqueto la prima Estemporanea di Pittura con premi in natura quando venne da me un ragazzo a dirmi ”sai , Don Nicola questa mattina è venuto a Cerqueto uno stracciaiolo e si è portato per seicento lire un grosso archibugio”. Per quel senso direi innato che ho delle cose del passato e per la loro conservazione mi innervosii alquanto ; e così su due piedi mi venne in mente di fare una proposta.” Perche non raccogliamo tutti questi antichi oggetti e non ne facciamo una esposizione per i pittori che verranno per l’Estemporanea?”
Ad esposizione allestita Don Jobbi ha il desiderio, la convinzione e l’ostinazione di realizzare un piccolo museo permanente. Già nel novembre del 1964 è a Roma dove incontra il direttore del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni popolari e Annabella Rossi ricercatrice del museo ; ne nasce una collaborazione duratura in cui don Nicola chiede consigli sulla gestione e organizzazione del materiale.
Nel 1965 la Rossi scrive un articolo per Paese Sera che porta il lavoro di Jobbi all’interesse nazionale. L’istituto Luce produce un documentario dal titolo ” Uomini e cose” sull’originale esperienza museografica .
Gli oggetti temporaneamente sistemati in un locale della scuola , vengono trasferiti in una casa disabitata a tre piani . In seguito Jobbi mette a disposizione i locali della chiesa parrocchiale.
Il 15 aprile è istituito il Museo Etnografico Abruzzese presieduto da Don Nicola Jobbi . Nel 1984 si inaugura il nuovo allestimento nella casa parrocchiale restaurata. I pezzi sono più di un migliaio e non tutti trovano posto nelle vetrine del museo . Nel 1998 con deliberazione del Consiglio Comunale, il museo, da raccolta privata, viene trasformato in museo civico con la denominazione di Museo Etnografico delle Arti e Tradizioni Popolari di Cerqueto; la stessa deliberazione prevede di affidare la gestione del museo alla Pro Loco.
Attualmente sono in fase di conclusione i lavori della nuova sede del museo, nei locali dell’ex scuola elementare, con un nuovo e più adeguato allestimento espositivo.
La raccolta , composta da più di mille pezzi , è suddivisa per argomenti: agricoltura, pastorizia ,lavorazione della legna, accessori per animali da lavoro e di trasporto, trasformazione prodotti agricoli e di origine animale, lavorazione della lana e manufatti in pietra, artigianato e artigianato di bottega, attrezzi da taglio, attrezzature casalinghe, attrezzi e utensili domestici, recipienti casalinghi in metalli vari e in legno, recipienti in terracotta e maiolica, arredi domestici, oggetti e arredi sacri e di devozione popolare, oggetti diversi di particolare interesse storico-culturale.

Il Museo Etnografico di Giovanni Gavioli a Montorio al Vomano

Il Museo, che è stato allestito all’interno del suggestivo Chiostro del Convegno degli Zoccolanti a Montorio al Vomano (TE), raccoglie la collezione privata dell'artista Giovanni Gavioli che in oltre 30 anni ha raccolto migliaia di antichi attrezzi della civiltà contadina.
Giovanni Gavioli è, in realtà, un muratore di 75 anni con la passione per l’artigianato e per il recupero di utensili e altri attrezzi legati agli antichi mestieri.
Insieme al pastore Aliano Alleva, di Senarica di Crognaleto, ha ricostruito in miniatura scene in scala 1:5 che sono in gran parte animate e danno uno spaccato della vita tipica delle popolazioni abruzzesi della fine dell'ottocento e i primi anni del novecento riproducendo molti antichi mestieri ormai scomparsi.