Tratturi, tratturelli e cavallari lungo la costa Adriatica
CLAUDIO MAZZANTI

Il sistema tratturale rimane tuttora un singolare esempio di infrastruttura per quanto concerne il rapporto fra l’uomo e l’ambiente; come in altre regioni d’Italia, anche in Abruzzo gli antichi percorsi, distribuiti fra la costa adriatica, l’entroterra collinare e l’Appennino, costituivano anticamente un’organizzazione viaria che copriva in maniera equilibrata tutto il territorio.
I tratturi vengono oggi considerati un’eredità culturale fondamentale per comprendere i caratteri dell’Italia antica; si tratta di un patrimonio di rilevanza nazionale quasi disperso a causa di diversi fattori, come l’inclemenza del tempo, ma soprattutto le incurie degli uomini . Per molti di questi assi di collegamento si dispone ancora oggi di scarse notizie; circa alcune realtà specifiche i dati sono pressoché assenti. Molte informazioni sono disponibili relativamente ai principali percorsi, ad esempio quello del Tratturo Regio, al contrario considerevoli lacune storiche sussistono tuttora per quanto riguarda l’attività della pastorizia lungo la costa abruzzese, soprattutto nel territorio teramano.
In questa regione, i tratturi già costituivano una sorta di “rete” viaria già prima dell’avvento dei romani. Questi ultimi utilizzarono alcuni dei preesistenti percorsi (calles oviariaes) per costituire il sistema stradale primario (viae publicae). Nei secoli successivi, l’unica viabilità esistente in Abruzzo continuò ad essere per lungo tempo ancora quella d’impostazione romana, che collegava castelli, monasteri e mercati.
La finalità delle vie romane era quella di collegare fra loro praefecturae, municipia, villae, nonché i principali luoghi di culto. Insieme alla Tiburtina, l’altra strada fondamentale per questa parte del centro Italia e, nello specifico, per l’Abruzzo, era la Salaria: collegava Roma con Ascoli, proseguendo verso il mare parallelamente al corso del fiume Tronto e giungendo fino a Castrum Truenti (Martinsicuro); il suo percorso continuava poi in direzione sud lungo il litorale e, indicata con il nome di Salaria Marittima, raggiungeva Castrum Novum (Giulianova), dopo aver oltrepassato i fiumi Vibrata e Salinello; quindi si rivolgeva verso Hatria (Atri), importante città posizionata ad una quota collinare; da qui, riscendeva sulla costa, oltrepassando il fiume Piomba (ad salinas), fino a raggiungere Aternum (Pescara). Il tratto da Castrum Truenti fino ad Aternum venne successivamente denominato via Frentana. L’imperatore Traiano estese questa strada, facendola passare per Anxanum (Lanciano) e poi, scavalcando il fiume Fortore, proseguiva verso l’Apulia. Però, dopo la caduta dell’Impero Romano, durante le dominazioni barbariche, l’unico percorso di questa regione che conservarò una certa importanza fu la via degli Abruzzi, l’asse nord-sud che metteva in comunicazione i due Ducati di Spoleto e di Benevento. Non è un caso che la fondazione dell’Aquila, durante il XIII secolo abbia avuto luogo proprio lungo il percorso di questo tracciato, lì dove si incrociano la via Sabina e la via Claudia Nova, punto nevralgico di traffici commerciali e militari, che farà dell’Aquila uno dei centri più floridi e importanti dell’Abruzzo, in epoca medievale e rinascimentale.
I tracciati dei tratturi, peculiari di questa zona geografica, continuarono ad essere utilizzati congiuntamente alla rete stradale principale, sviluppandosi ulteriormente durante il dominio romano; soltanto alla fine dell’Impero tale fenomeno cessò di essere preminente, per poi riacquistare importanza secoli dopo. Nell’età tardo-antica, infatti, il quadro territoriale della regione mutò sostanzialmente: le zone di montagna, tanto importanti soprattutto in funzione dell’attività pastorale, conobbero fenomeni di disgregazione; in quell’epoca l’Amministrazione Imperiale e quelle locali nutrivano profonda diffidenza nei confronti dei pastori ed in genere di tutti gli abitanti di queste contrade della Italia centrale appenninica, trattandoli quasi come briganti: ciò era la conseguenza di una profonda crisi dell’assetto economico delle zone montane . In queste ultime, risulta evidente la persistenza d’insediamenti umani, negli stessi ambiti già occupati dall’antichità; ciò accadeva, ad esempio, sulla Montagna Teramana, ove la sostanziale continuità del quadro insediativo antico sino al XIV secolo fu dovuta alla marginalità dell’area, ai condizionamenti dell’ambiente, nonché ai ritmi di un’economia pastorale sviluppata esclusivamente in ambito locale. In questo contesto dovevano comunque persistere pertinenze signorili o monastiche, lontana derivazione dei fundi antichi basati prevalentemente sulla pastorizia, come appare evidente anche dal fatto che queste montagne furono, dall’altomedioevo fino agli inizi dell’epoca rinascimentale, fra le poche non interessate massicciamente dal fenomeno della grande transumanza; qui infatti esisteva un unico tratturello che dalla costa giungeva a Basciano e poi a Montorio; in particolare, gli spostamenti erano a corto-medio raggio , in parte utilizzando il tracciato originario della viabilità romana.
In questi ambiti la pastorizia, per lo più fortemente parcellizzata, dovette restare a lungo affidata soltanto alla gestione autonoma dei singoli pastori, oppure fu scarsamente controllata dalle popolazioni della montagna, in ambiti geografici circoscritti e subordinati solanto al blando potere dei centri monastici o delle deboli strutture del potere religioso e civile, con dinamiche di transumanza limitate a piccoli spostamenti .
Nella fase altomedievale si verificò una generale decadenza degli antichi centri abitati, in particolare nelle aree comprese fra la valle del Pescara ed il teramano meridionale nel VII secolo: Hatria era ormai quasi completamente in rovina, mentre del municipium di Angulum quasi si perse traccia. Tra le rare eccezioni si segnalano alcuni complessi urbani, generalmente ubicati lungo le principali vie di comunicazione, coincidenti con i percorsi successivamente utilizzati al rifiorire della transumanza, in particolare quello del tratturo L’Aquila-Foggia; altra rara eccezione furono gli insediamenti posti a presidio degli strategici passi sul fiume Pescara .
Solo successivamente cominciarono le prime compiute forme d’incastellamento, espressione di un riassetto territoriale che caratterizzava, ad esempio, la zona di Atri compresa fra i fiumi Vomano e Piomba-Fino . A ciò corrispose una riorganizzazione dell’economia fondata sullo sfruttamento agricolo degli ambiti collinari, nonché sulla regolamentazione delle ricche risorse pastorali della montagna, con l’indubbia presenza di forme di transumanza verticale dal monte alla sottostante pianura della fascia marittima .
Per comprendere pienamente l’evoluzione della pastorizia abruzzese, specificamente nell’area teramana, nonché l’esteso ed organizzato utilizzo a tale scopo della zona costiera, è necessario collegare gli avvenimenti di questo territorio con le vicende generali che caratterizzano le regioni centrali e meridionali italiane; in particolare con gli sviluppi politici, sociali ed economici del Regno di Napoli: il 16 maggio del 1503 Gonzalo Fernández de Córdoba faceva ufficialmente il suo ingresso nella capitale divenendo, dopo aver sconfitto l’esercito francese, il primo viceré. Questo evento costituiva l’epilogo di una contesa tra Francia e Spagna che, innescata nel 1442 quando Alfonso D’Aragona aveva conquistato Napoli sconfiggendo gli Angioini, raggiunse l’apice nel 1494 con l’occupazione della città da parte del re di Francia, Carlo VIII, che aveva attraversato con le sue milizie l’intera penisola facilitato dagli antagonismi tra gli Stati Italiani. Intendeva impossessarsi dello Stato napoletano, per riprendere quel trono che vantava quale diritto ereditato dagli Angioini; tuttavia il tentativo dei transalpini fallì. Il meridione d’Italia divenne definitivamente parte integrante della Corona di Spagna, retto da un viceré che rispondeva delle proprie azioni direttamente a Fernando il Cattolico; conseguentemente, l’impero che il sovrano spagnolo pochi anni dopo lasciò a Carlo V disponeva di possedimenti sconfinati. La situazione politica europea così delineata era, però, caratterizzata da una notevole fragilità: il conflitto franco-asburgico si acuì, protraendosi dal 1521 al 1559 con alcune interruzioni e rendendo necessario un ingente impegno di uomini e risorse economiche. Anche il Regno di Napoli dovette contribuire notevolmente per sostenere l’impegno bellico , ad esempio attraverso i cosiddetti cambi , o altri donativi; ci fu, inoltre, un significativo aumento del carico fiscale gravante sulla popolazione. Le somme versate dovettero essere ingenti tanto che, nel 1540, il viceré Pedro de Toledo informava l’imperatore che nel Regno di Napoli vi erano ormai pochissime intrate et per dir meglio nulle de le quali potessi advalersi .
Contemporaneamente al conflitto con la Francia, il governo di Carlo V era impegnato anche in una estenuante lotta contro il dominio Ottomano e le flotte barbaresche provenienti dai paesi del nord Africa. La veemenza dei turchi, provocata dal desiderio di espandere i propri confini, si era già manifestata drammaticamente nel secolo precedente; l’impero Ottomano voleva estendere le proprie frontiere ed il pericolo interessava indifferentemente tutti gli stati affacciati sul Mediterraneo: alla metà del XVI secolo i territori prospicienti l’Italia, dalla Croazia all’Algeria, erano controllati dal sultano direttamente, oppure tramite stati vassalli. Tuttavia, sia per la politica ambigua di Venezia e della Francia con i suoi alleati, sia per la loro collocazione geografica, le regioni più colpite dall’aggressività dei saraceni furono quelle che rientravano nell’orbita politica spagnola, soprattutto il Regno di Napoli. Incessantemente contrapposta alla Spagna, in diverse occasioni la Francia ricorse persino all’aiuto dei corsari barbareschi per impegnare l’esercito imperiale su altri fronti e tentare così di risolvere a suo vantaggio lo scontro con Carlo V; questa collaborazione raggiunse l’apice nel 1532, quando Francesco I strinse un’alleanza con il sultano Solimano I (1520-1566) al quale erano assoggettati anche i corsari della costa algerino-tunisina.
Nello stesso anno Pedro de Toledo, subito dopo la sua nomina a viceré del Regno di Napoli, per contrastare i possibili assalti portati da terra o da mare allo Stato ordinava la realizzazione di una struttura difensiva su scala territoriale; tale sistema di protezione riprendeva, sostanzialmente, lo schema aragonese del secolo precedente con alcune modifiche. Se il rischio di un’invasione di truppe nemiche provenienti da nord rappresentava una minaccia per l’integrità dell’Impero di Carlo V, al contrario i pericoli provenienti dal mare insidiavano costantemente il sistema economico del Viceregno: saccheggi, razzie, devastazioni terrorizzavano le popolazioni della fascia costiera; pertanto Pedro de Toledo durante il suo governo si adoperò anche per dare sicurezza alle genti residenti lungo i litorali.
Il fenomeno della pirateria e delle incursioni sulla terraferma non costituiva una peculiarità del XV e XVI secolo, ma aveva origine in tempi remoti. Durante il medioevo, con i Normanni, venne iniziata la costruzione di opere difensive sulla costa; successivamente, gli Svevi e gli Angioini operarono interventi analoghi e dopo, come detto, anche gli aragonesi. Le strutture difensive preesistenti, innalzate durante il governo di questi ultimi, vennero ristrutturate a partire dal 1532: ormai anacronistiche, furono rinforzate con l’aggiunta dei bastioni. La finalità era soprattutto il presidio delle aree più vulnerabili, cioè quelle facilmente accessibili dal mare o più prospere; le costruzioni più imponenti erano di solito poste a guardia dei porti, elementi basilari del sistema economico.
Lo sforzo che si intendeva compiere non aveva eguali nella storia del Regno: infatti, con l’affermazione del potere centrale, a scapito di quelli periferici, si poteva programmare ciò che in precedenza non era stato possibile. Se all’epoca dei Normanni, degli Svevi o degli Angioini questo tipo di interventi veniva realizzato dai privati e dagli organismi religiosi, quasi sempre scollegati tra loro, nonché entro ambiti spaziali limitati, al contrario nel progetto di difesa costiera di Pedro de Toledo le regioni meridionali d’Italia dovevano essere protette da un’imponente catena di postazioni di avvistamento. Venne prevista l’integrazione dei capisaldi fortificati con una serie di torri, in reciproca relazione visiva, da doversi edificare ininterrottamente su tutto il litorale del Regno. Alla morte del viceré, nel 1553, solo alcune delle torri erano state realizzate: fu merito del suo successore, Pedro Afan de Rivera duca d’Alcalà, detto anche don Perafan (1559-1571), aver ripreso, sviluppato, potenziato e quasi portato a termine il progetto originario. Dove la linea di difesa appariva ancora debole, venne massicciamente rafforzata con l’innalzamento di nuove fortezze o torri d’avvistamento lungo le estese fasce costiere dell’Italia meridionale.
Secondo il programma di Pedro de Toledo, l’onere per la costruzione ed il mantenimento delle torri doveva ricadere interamente sulle Università locali che necessitavano di difesa; al governo napoletano spettava, invece, il compito del controllo e del coordinamento dell’intervento.
In questo articolato e complesso contesto storico, si inseriscono anche le diverse innovazioni, introdotte nello stesso periodo, riguardanti l’esercizio della transumanza: la regolamentazione già vigente in Puglia, a partire dal 1447 quando venne istituita la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, proprio nel 1532 fu estesa anche alla pastorizia abruzzese, in coincidenza con il progetto di protezione delle coste. Veniva creata la Doganella d’Abruzzo, per mezzo della quale oltre alle greggi transumanti nel Tavoliere delle Puglie, doveva essere tassato anche il bestiame rimasto in Abruzzo: ciò aveva luogo in quelle zone dove si svolgeva la cosiddetta “piccola transumanza”, ovvero lo spostamento dalle zone montane dell’aquilano e del teramano ai pascoli collinari e costieri del teramano stesso e del chietino.
La funzione amministrativa di questa nuova istituzione contemplava diverse modalità d’imposizione fiscale, tutte strettamente legate alla pastorizia ; fra queste, la novità più importante in relazione alla diffusione della transumanza lungo la costa abruzzese fu sicuramente l’istituzione dei Regi Stucchi: si trattava di pascoli destinati alle pecore di razza pregiata del teramano, nonché a piccole greggi di proprietari locali e ad altre provenienti dalla Marca pontificia, condotte da pastori cui era vietato recarsi nel Tavoliere di Puglia . Il Governo centrale iniziò ad acquistare, sottraendolo alle Università ed ai baroni del posto, il diritto di utilizzare per il pascolo anche i terreni privati, nel periodo invernale compreso fra la fine del mese di settembre e l’inizio di maggio. Tali suoli, situati nelle zone più calde dell’Abruzzo collinare e costiero, restavano comunque coltivabili nel resto dell’ anno. Il diritto di pascolo era riservato esclusivamente ai locati: in questo modo le proprietà venivano assoggettate ad una nuova tassazione. Alcuni degli Stucchi risultavano essere particolarmente vicini alla marina; nella Provincia di Abruzzo Citra, oltre alla zona di Vasto, fra gli altri territori interessati c’erano quelli di Monte Odorisio, Casal Bordino, Scierni e Pollutri; nella Provincia di Abruzzo Ulteriore Primo venivano indicati gli Stucchi di Colonnella, Tortoreto, Silvi, Pescara, Montesilvano e altre località non molto lontane dal litorale, come Montone, Montepagano e Mutignano, fra le altre .
Gli introiti derivanti dalla Doganella permettevano allo Stato di perfezionare la struttura difensiva delle coste, in questo modo la transumanza poteva diventare più sicura anche in quelle zone che precedentemente risultavano essere prive di controllo.
Per difendere il territorio dalle truppe provenienti da nord, alla metà del XVI secolo era stata formata una linea fortificata a ridosso dello Stato Pontificio. Le fortezze erano poste sulle vie che, obbligatoriamente, un esercito avrebbe dovuto percorrere per concretizzare il piano di conquista del Viceregno; in tal senso, il sistema tratturale rappresentava un tragitto preferenziale per il comodo spostamento di grandi quantità di uomini, animali e carri, pertanto necessitava di un assiduo controllo e della possibilità di disporre d’ingenti forze belliche in funzione difensiva. Le più considerevoli piazzeforti sul versante adriatico erano quelle di Civitella del Tronto e, più all’interno, la fortezza di L’Aquila che costituiva il cardine della linea difensiva abruzzese . Proprio da questa città aveva origine uno dei più importanti cammini della transumanza, cioè il Tratturo Magno: il suo percorso, che iniziava nei pressi della Chiesa di Santa Maria di Collemaggio, giungeva alla piana di Capestrano dalla quale, dopo aver superato Capodacqua, risaliva verso Forca di Penne; da qui iniziava la discesa verso la zona costiera, attraversando i territori di Cugnoli e Nocciano nella valle del Pescara, fiume che poteva essere oltrepassato esclusivamente per mezzo del Ponte delle Fascine di Rosciano, nei pressi di Villareia.
Il percorso tratturale procedeva vicino Bucchianico, ad est di Chieti, sul versante opposto alla zona costiera, rispetto alla quale risultava riparato dalla grande città; proseguiva poi lambendo gli abitati di San Vincenzo di Vacri, Ari, Giuliano Teatino, Arielli e Poggiofiorito, per risalire infine verso Lanciano, sede dell’importante Fiera: qui il bestiame era oggetto di una vivace compravendita. Poco prima di giungere in questo centro urbano, in prossimità di Frisa, nel tratturo Magno confluiva il Tratturello, percorso minore che aveva origine nella zona del teramano. Da Lanciano le greggi, seguendo la valle del Sangro, giungevano fino alla costa adriatica nei pressi del Lido di Casalbordino; quindi, continuando il loro cammino, per un breve tratto rientravano nell’entroterra di Vasto riaffacciandosi sulla costa in prossimità della marina di San Salvo, proseguendo in direzione sud con una tratto perfettamente parallelo alla spiaggia, fino al litorale di Petacciato, penetrando così in Molise.
L’altro itinerario, quello del Tratturello già citato, interessava la zona del teramano, dove il fenomeno della transumanza, che non può essere definito minore, poteva però apparire più disgregato: dai Monti della Laga tale cammino scendeva verso la costa per ricongiungersi, come detto, con il Tratturo Magno all’altezza di Frisa. Prima della regolamentazione del 1532, alcuni pastori di questo territorio preferivano oltrepassare la frontiera del Regno per recarsi nello Stato Pontificio: alcuni si dirigevano nell’Agro romano, attraversando il territorio reatino; altri si recavano nelle Marche.
Al contrario, il Tratturello era attraversato dal bestiame diretto verso il Tavoliere; non mancavano però i pastori che, dopo aver percorso il tratto iniziale, sceglievano di rimanere in Abruzzo, soprattutto dopo l’istituzione della Doganella. Questo tratturo minore aveva origine in località Rocca di Roseto, nelle cui vicinanze sorgeva un’antica fortificazione, centro di controllo del territorio: ogni anno il bestiame, partendo da Crognaleto, scendeva sulla costa lungo un percorso che tutt’ora è in gran parte sconosciuto; tuttavia si sa che venivano attraversati i territori di Montorio al Vomano, Penna Sant’Andrea, Montefino, Castilenti, Elice, Città Sant’Angelo e Montesilvano, qui passando nei pressi dell’antico nucleo abitato, coincidente attualmente con Montesilvano Colle; da quest’ultima lieve altura il percorso scendeva, quindi, sino alla zona di Santa Filomena, sul litorale: lungo il suo itinerario, il Tratturello passava in prossimità del più importante nucleo militare a presidio del Regno, nella parte settentrionale del versante marittimo orientale, cioè la fortezza di Pescara; questa svolgeva un ruolo considerevole nel sistema generale di protezione del Regno. Dopo aver rasentato Pescara e Francavilla, giungeva ad Ortona per poi ricollegarsi come già detto, all’altezza di Frisa, con il Tratturo Magno.
I fattori che facevano prediligere il territorio foggiano sono molteplici: a parte le peculiarità climatiche, che rendevano il Tavoliere delle Puglie ottimale per il pascolo delle pecore abruzzesi durante i mesi invernali, bisogna considerare anche le caratteristiche morfologiche di questa estesa pianura, quasi totalmente priva di asperità: questa caratteristica rendeva agevole anche il controllo visivo di smisurate greggi; al riparo dal rischio di assalti da parte dei briganti, che avrebbero potuto impossessarsi furtivamente degli animali; le aggressioni potevano riguardare anche direttamente i pastori, i quali dovevano rimanere per lungo tempo lontano dalle loro abituali residenze, portavano con loro le necessarie risorse economiche che potevano anche essere il frutto del commercio esercitato durante il viaggio. Nelle lande pugliesi, pertanto, pochi uomini erano sufficienti a governare il bestiame e a garantire autonomamente la propria sicurezza.
Invece, la morfologia dell’Abruzzo Ultra nella zona teramana, se confrontata con quella del Tavoliere appare sicuramente più complessa; questo territorio può essere genericamente suddiviso in quattro fasce disposte parallelamente al mare: dalla zona montana più interna si passa a quella pedemontana, dove attraverso i più disparati sentieri avveniva la discesa dei singoli raggruppamenti di animali, che poi si ricongiungevano nel tragitto principale del Tratturello. Lungo il suo percorso caratterizzato da altimetrie particolarmente accidentate, si riscontra la presenza di diversi fiumi che discendono per il versante orientale dell’Appennino; questi, ad intervallo quasi regolare, hanno inciso la fascia collinare esterna con vallate ampie e parallele tra loro; terminano, infine, nel settore costiero teramano. L’andamento irregolare del suolo costituiva una complicazione per l’attività dei pastori. Oltre al Tronto, confine naturale tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, a partire da nord ci sono i fiumi Vibrata, Salinello, Tordino; più a sud, nella parte dove si sviluppava il Tratturello, s’incontrano il Vomano, il Piomba, il Saline ed, infine, il Pescara, limite con la Provincia di Abruzzo Citra. Alcuni di questi hanno un flusso regolare, altri invece sono caratterizzati da fasi alterne di piena e di scarsa, o quasi nulla, portata nei periodi estivi: soltanto in quest’ultimo caso l’attraversamento del bestiame poteva risultare agevole; viceversa il superamento dei corsi d’acqua, durante l’attività della transumanza, doveva costituire un aspetto problematico, a volte su ponti instabili o di fortuna. Ciò, almeno nei periodi più antichi, suggeriva in alcuni casi di non proseguire oltre le zone costiere abruzzesi, usufruendo dei già ricordati Regi Stucchi.
Il Tratturello teramano attraversava la cresta collinare, mantenendosi nel suo tragitto ad una certa distanza dalla costa, rasentando una serie di centri abitati; lo spazio compreso fra questi ultimi ed il mare è caratterizzato da ulteriori zone collinari ed infine dalla fascia costiera, lungo la quale non esistevano centri abitati significativi a diretto contatto con 1a marina: quest’ultimo aspetto ha anche salvaguardato questo tratto di costa dalle grandi incursioni barbaresche, interessati al saccheggio di località più prospere. Al contrario, però, la presenza di molteplici fiumi o ruscelli che solcano trasversalmente questo territorio, poteva anche costituire un serio pericolo, in quanto le foci erano un punto d’approdo più agevole per le imbarcazioni, soprattutto in caso di mare agitato. Questo era ben noto, tanto che nel 1547, nel territorio di Colonnella, dove la via Salaria è spezzata dal corso del fiume Tronto, e non lontano dalla foce di questo, [ci fu la] costruzione del forte appellato Martin Sicuro; le frequenti incursioni dei corsari turchi ed africani, ai quali le imboccature dei fiumi facilitavano gli agguati e gli sbarchi […] doverono motivare tale ordine . Per questo motivo le costruzioni d’avvistamento sorgevano preferibilmente presso le foci dei principali corsi d’acqua, dove fra l’altro le greggi solevano abbeverarsi: anche alla luce di tale considerazione, è possibile comprovare un diretto nesso fra la presenza di queste strutture difensive e una maggiore diffusione della transumanza lungo la costa, a partire dalla metà del XIX secolo.
Queste zone, però, non erano ancora del tutto sicure. Per questo motivo, soprattutto in seguito alle incursioni piratesche del 1566, che devastarono gran parte dei centri costieri dell’Abruzzo Citra , nella primavera del 1568 furono appaltati a Vasto dal Presidente della Sommaria Alfonso Salazar, delle torri costiere tra cui quelle da erigere nell’Abruzzo Ulteriore; la costruzione fu affidata a “mastro” Cristoforo Tavoldino, impegnato già in lavori di sistemazione nelle fortezze di Pescara e Civitella del Tronto . Le fabbriche che fin dall’antichità venivano realizzate sul litorale erano per lo più torri che, ergendosi al di sopra della vegetazione, rendevano possibile l’avvistamento, l’allarme, il rifugio ed una minima difesa per gli addetti al controllo .
Alla custodia erano preposti due militari, generalmente nel periodo del Viceregno il comando della postazione era assunto da un caporale dell’esercito spagnolo. In base alle disposizioni impartite da Parafan de Rivera, questi erano provvisti di una specifica patente, prescelti tra quanti sapevano leggere e scrivere; dovevano autonomamente provvedere al vettovagliamento, alle munizioni e di tutto quanto era la dotazione del presidio di guardia . L’avvicinarsi dei pastori transumanti, quindi, poteva rappresentare un’agevole occasione di approvvigionamento di provviste alimentari per questi militari, impossibilitati ad abbandonare il servizio.
Il compito precipuo delle torri costiere era l’avvistamento e la segnalazione del pericolo, sia a quelle poste in diretta relazione che agli abitanti dell’entroterra. L’avviso doveva essere tempestivo, un eventuale viaggiatore o un lavoratore che prestava la propria opera nei campi, nelle vicinanze della marina, doveva avere il tempo di mettersi al riparo; la fuga per il pastore era sicuramente più problematica, dovendo egli allo stesso tempo salvare la propria vita, ma anche cercare di mettere in salvo il prezioso patrimonio affidatogli. La pastorizia, infatti, oltre ad essere una delle attività più antiche e diffuse nel teramano, rappresentava la base di un commercio particolarmente fiorente: i prodotti ottenuti in questa zona dalla trasformazione della lana erano considerati di ottima fattura, tanto che diverse rubriche del libro IV degli Statuti di Teramo, redatti nel 1440, ne disciplinano rigorosamente la lavorazione e la vendita . Quindi la protezione del gregge lungo la costa non era una problematica secondaria; i pastori venivano avvertiti del pericolo con l’antico sistema dei falò: si utilizzava il fuoco di notte e segnali di fumo nel corso della giornata.
Le comunità costiere erano obbligate a fornire gli uomini per la sorveglianza; tuttavia, molte volte si preferiva che questa non fosse affidata direttamente agli abitanti del luogo. Il Marchese di Celenza Valfortore, nel già citato rapporto sulle fortificazioni costiere, segnalava alcune problematicità, soprattutto nel caso in cui le sentinelle tutti doi sono Italiani, egli riteneva infatti che una maggiore sicurezza sarebbe stata raggiunta facendo sì che tutti li Caporali delle torri siano Spagnoli . Tale giudizio era comune in quel tempo, infatti venne espresso anche dal capitano Giovanni Vergara, alla conclusione di un giro che lo aveva portato ad ispezionare tutti i castelli e i forti del regno .
Il Marchese di Celenza Valfortore, Carlo Gambacorta, nel suo rapporto sulle fortificazioni costiere d’Abruzzo e Capitanata, inviata al vicerè Conte di Olivares nel 1598, conferma che queste torri risultavano tutte localizzate in prossimità delle foci dei fiumi, indifferentemente sui due lati opposti degli argini. In considerazione dello stato di conservazione, l’autore constatava che quelle costruite sulla sponda settentrionale erano state, nel tempo, distrutte dalle acque; al contrario, quelle poste a sud avevano visto aumentare la propria distanza dall’alveo . La geografia della costa abruzzese è notevolmente mutata nel corso dei secoli, pertanto anticamente la parte pianeggiante, limitata fra la riva e l’inizio della fascia collinare, doveva essere molto inferiore rispetto all’attuale conformazione. Questa conclusione può essere tratta dall’esame dei documenti inerenti la vertenza, durata alcuni decenni e conclusasi intorno al 1860, intrapresa dalla Direzione Reale de Dazii Diretti del Demanio contro i possessori dei terreni “rilasciati” dal mare in Abruzzo Ultra . Le zone effettivamente utilizzabili per l’attività della transumanza lungo la costa adriatica, quindi, come estensione dovevano essere molto inferiori rispetto a quanto oggi potrebbero essere ritenute tali, osservando il territorio.
Alla guardia del litorale anticamente venivano posti anche alcuni uomini a cavallo: generalmente erano in coppia e dovevano perlustrare in continuazione, notte e giorno, il territorio. Ad essi era affidato il controllo di specifiche zone: per quanto riguarda il litorale, erano responsabili dell’ambito compreso tra due torri. Sono i cosiddetti cavallari, che avevano il compito di garantire il rispetto della legge, nonché avvistare e segnalare i pericoli, dando fiato ai corni di cui erano dotati, o sparando colpi di archibugio; dovevano inoltre portare notizie alle popolazioni dell’entroterra e occuparsi della protezione dei viandanti; per tale motivo, il rapporto fra i cavallari ed i pastori transumanti lungo la costa era fondamentale. Occupandosi del mantenimento dell’ordine, il ruolo di questa corporazione fu indispensabile anche nella lotta ai briganti, che lungo il percorso del tratturo, molto frequentemente, aggredivano gli inermi pastori. In tal senso appaiono significativi alcuni toponimi: particolarmente esplicito è il caso di un luogo, posto ai margini del tratturello teramano fra Cermignano e Montefino, denominato Colle dei Banditi. Ancora più utile era la presenza dei cavallari presso gli Stucchi, dove durante il periodo della transumanza erano presenti esclusivamente gli addetti alla pastorizia, essendo proibita l’attività agricola.
Si ha notizia che a volte il servizio dei cavallari poteva essere scarsamente efficiente, a tal proposito lo stesso Marchese di Celenza riferisce che le comunità danno li loro cavalli alli cavallari per la notte, e di giorno li fanno fare altre fatiche,... e l’istesso fanno essi cavallari quando sono loro li cavalli”: per reprimere questi disservizi i regolamenti stabilivano pene di una certa severità.
Il ruolo dei cavallari nel tempo si perfezionò in funzione della gestione della transumanza, fino a rappresentare in alcuni casi una figura pienamente integrata nella struttura burocratica della Doganella. Nella seconda metà del XVIII secolo, ad esempio, venne istituita la figura degli officiali di residenza anche detti cavallari straordinari che dovevano specificamente occuparsi della difesa degli interessi dei fidati: di fatto si trattava di funzionari che, fra le loro varie mansioni, potevano svolgere persino il ruolo di amministratori della giustizia in occasione di cause civili, presso uno specifico tribunale appositamente creato a Teramo in questo periodo; ciò poteva accadere nel caso di controversie minori, nelle quali si dibattesse di somme non elevate, inferiori a trenta carlini; in tal modo veniva evitando ai fidati l’onere di recarsi obbligatoriamente presso la Regia dogana di Chieti.
La fascia costiera abruzzese, soprattutto nel versante settentrionale, continuò ad essere scarsamente antropizzata almeno fino alla prima metà del XIX secolo.
All’inizio del secolo seguente l’attività della transumanza era diminuita , tale pratica, inoltre, inizia a configgere soprattutto con il rapido sviluppo dei centri urbani lungo la costa. I maggiori insediamenti costieri, come Tortoreto, Giulianova, Roseto, Pineto, Silvi, Pescara e Vasto, iniziano in questo periodo ad assumere una loro specifica fisionomia urbana, con lo sviluppo soprattutto dell’edilizia privata. Le residenze signorili palesano il benessere e la prosperità di queste località .
Tali cittadine, all’inizio del secolo, erano ancora attraversate dalla transumanza: in un fascicolo sulla sorveglianza dei greggi transumanti, riferita agli anni 1919-1925 con vari certificati dell’ufficio veterinario di Teramo e manifesti, è presente un atto con il quale il Prefetto della Provincia di Teramo ordina che il transito delle greggi per la provincia di Teramo avvenga solo tra le seguenti vie …, accuratamente indicate nell’Elenco dei Tratturi, Tratturelli e Bracci e la loro consistenza sommaria per Province e Comuni, datato 1 Maggio 1929. Il primo di tali percorsi, per quanto attiene le greggi e le mandrie che provenivano dall’Agro Romano, era la strada nazionale che da L’Aquila conduceva a Teramo, fino alle diramazioni d’accesso ai rispettivi pascoli; un altro itinerario specificato era quello per il bestiame diretto o proveniente dalla Puglia, che doveva spostarsi lungo la spiaggia litoranea dal confine della Provincia di Pescara sino a Roseto degli Abruzzi; da questa località il percorso doveva svoltare verso l’interno, in direzione di Ponte Vomano, punto di smistamento dei pascoli montani. Veniva fatto obbligo ai proprietari o affittuari di stalle di evitare, lungo il transito, ogni contatto diretto o indiretto, fra il bestiame locale e quello transumante. Inoltre erano previsti alcuni posti di controllo veterinario, in particolare a Teramo, Ponte Vomano e, in prossimità della spiaggia, a Roseto degli Abruzzi.
La forte espansione dei centri urbani nella fascia marittima abruzzese, con la creazione di nuovi scali ferroviari ed il fenomeno crescente del turismo balneare, fece si che le maggiori attività economiche, prima concentrate nell’entroterra della regione si trasferissero verso la costa. Pertanto le località qui presenti, un tempo desolate e prive di urbanizzazione, dall’inizio del XX secolo iniziano a diventare il fulcro di fiorenti attività turistiche; a ciò consegue l’inesorabile declino dell’antica tradizione pastorale lungo il litorale.