Pastori e natura in Abruzzo
AURELIO MANZI

Introduzione

Le terre che si affacciano sul Mediterraneo risultano profondamente trasformate e plasmate dall’attività dell’uomo, in particolare dal lavoro antico di oltre 10.000 anni dei contadini e, soprattutto, dei pastori. Gli allevatori con i loro animali hanno cambiato radicalmente il paesaggio mediterraneo, annientando interi ecosistemi e, nel contempo, creandone di nuovi, seppure più fragili e meno complessi. Hanno alterato anche le aree più impervie e remote, purché idonee al pascolo dei loro armenti. Tra gli animali domestici, la capra risulta quella che ha avuto il maggior impatto sulla natura delle origini. Il suo morso, vorace ed insaziabile, è stato responsabile della distruzione di intere foreste e macchie anche sulle montagne e scogliere più impervie e inaccessibili. Il suo latte per millenni si è rivelato insostituibile e provvidenziale per la crescita dei bambini, specialmente di quelli delle classi più povere della società. Mia nonna mi raccontava commossa di una sua sorella la cui voce belata somigliava a quella di una capra, proprio perché da bambina aveva preso il latte direttamente dalle turgide mammelle di una capra nera. Nere, infatti, erano le capre dei poveri privi di terra. Da lontano le si notava di meno ed erano più adatte per un pascolo di rapina. Da sempre, questo animale è stato considerato la “vacca dei poveri”, l’animale alla portata di tutti, soprattutto delle classi più umili della società, nonché l’animale maggiormente adatto per le terre più sterili e marginali, capace di trasformare in latte e proteine nobili il legno rinsecchito degli arbusti più spinosi e stentati. Nell’era fascista, Mussolini dichiarò guerra totale alle capre, responsabili della deforestazione e del degrado spinto delle montagne appenniniche. Il numero di questi animali calò drasticamente, il bosco tornò di nuovo a ricolonizzare i ripidi ed erosi pendii montani e i poveri dovettero adattarsi ad altre mansioni.
L’Abruzzo è una regione montuosa posta al centro del Mediterraneo. Presenta un’abbondanza di pascoli estivi a cui però non fa riscontro la disponibilità delle aree di svernamento. L’unico modo per sfruttare l’eldorado verde dei pascoli di alta quota è quello di trasferire le greggi d’inverno nelle pianure del Tavoliere di Puglia, riarse e aride d’estate, ma nella brutta stagione coperte da estese ed amene praterie, un mare d’erbe infinito che ammaliò ed attrasse visceralmente Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi. Si affermò così la transumanza, non solo una forma di allevamento ma una vera e propria civiltà, un’epopea di popolo. In autunno, le fiumare di pecore percorrevano i tratturi per raggiungere le aree di svernamento, a primavera inoltrata transitavano nuovamente lungo i tratturi nella direzione opposta, alla volta delle alte montagne d’Abruzzo. Furono proprio gli abruzzesi a specializzarsi in questa pratica ancestrale. Armentari e pastori provenivano essenzialmente dalle aree montuose e ricche della regione. La Puglia in un certo senso ne fu succube ed assoggettata, tant’é che ancora oggi risuona la storica ed emblematica espressione: “Abruzzo signore, Puglia vassalla”.

Nascita della pastorizia transumante

L’addomesticamento e l’allevamento del bestiame ha avuto inizio con la nascita dell’agricoltura, nel Neolitico circa 10.000 anni fa nel Vicino Oriente. I primi villaggi di epoca neolitica rinvenuti e scavati in Abruzzo, risalgono a circa 6.500-7.000 anni addietro. Si localizzano perlopiù sopra i terrazzi fluviali, nella fascia costiera e collinare della regione, aree i cui i suoli risultano più facilmente lavorabili e le condizioni climatiche ottimali. I primi contadini integravano le risorse connesse alla coltivazione di cereali e legumi con gli animali allevati, essenzialmente capre, pecore, più raramente bovini e suini.
Solo nell’Età del Bronzo, probabilmente, ebbe inizio una forma di allevamento specializzata ed autonoma, non più semplice integrazione all’agricoltura. Proprio in questo periodo gli insediamenti umani stabili sull’Appennino si spinsero in alto, ben oltre i 1000 m di quota, favoriti anche da condizioni climatiche più favorevoli rispetto ai periodi precedenti. I pastori appenninici iniziarono il lavoro di ampliamento delle praterie ove poter pascolare pecore e capre sempre più numerose. Il mezzo più veloce ed efficace per eliminare il bosco e gli arbusteti per farne delle praterie è il fuoco. Gli incendi risultano fortemente distruttivi per alcune forme di vegetazione fortemente vulnerabili al fuoco, in particolare la faggeta e le formazioni altitudinali a pino mugo. Gli alberi di faggio, specialmente sui versanti acclivi, quando incendiati mostrano una scarsa capacità di emettere nuovi getti. Le mughete, per l’alto contenuto di resina del pino mugo, risultano facilmente incendiabili, così come le altre formazioni arbustive di alta quota tra cui quelle a ginepro nano oppure a sabina. Inoltre, al contrario di alcune specie di pini mediterranei, come nel caso del pino d’Aleppo, i semi di pino mugo presenti nel terreno non vengono favoriti nella loro germinabilità dal fuoco, ma ne risultano fortemente danneggiati (Manzi, 2012a). È sufficiente qualche incendio ripetuto per annientare intere estensioni di faggeta sui versanti montani o le intricate formazioni di arbusteti contorti di alta quota e sostituirle repentinamente con le praterie secondarie dominate da graminacee e leguminose, le specie erbacee meglio adattae al morso del bestiame (Manzi, 2012a). Sulle montagne abruzzesi, i geologi hanno riscontrato tracce di antichi incendi ad altitudini elevate, per buona parte collocabili proprio nell’Età del Bronzo (Giraudi, 1999), quando si affermò la pastorizia come forma economica autonoma e gli insediamenti umani di altura diventarono persistenti. Venne così a delinearsi e a imporsi quella “Cultura appenninica”, ipotizzata ed enunciata da Salvatore Puglisi (1959). Una forma di civiltà legata alla pastorizia, fonte principale di sostentamento, che sfruttava i pascoli montani per buona parte creati ed ampliati dall’uomo con l’ausilio del fuoco. Ha avuto così inizio un uso sistematico e non più saltuario della montagna appenninica che è entrata a pieno titolo nel ciclo economico e produttivo delle comunità umane. Le catene montuose, a partire dall’Età del Bronzo, sono diventate ambienti umanizzati, territori di incontro-scontro tra gruppi di uomini di provenienza diversa e non più mere barriere geografiche, come accadeva nei periodi precedenti quando venivano frequentate saltuariamente da bande di cacciatori che inseguivano ed insediavano i grandi erbivori selvatici. La pastorizia dell’Età del Bronzo, probabilmente, era legata ad una forma di monticazione, ossia la risalita di uomini e bestiame nella bella stagione e la loro ridiscesa verso il fondovalle nel periodo invernale. Questa migrazione verticale risulta agevolata sui grandi complessi montuosi, come il Gran Sasso e la Maiella, in cui il dislivello altitudinale risulta molto ampio: dai 300-400 m delle aree basali fino alle vette che sfiorano i 3.000 m. Le montagne, grazie alla loro natura carbonatica, risultano ricche di grotte e ripari che i pastori sfruttavano sistematicamente sia come ovili che abitazioni o rifugio temporaneo. Proprio all’interno di queste grotte, specialmente sulla Maiella e nell’area del medio Sangro, le popolazioni dell’Età del Bronzo e di quella del Ferro hanno lasciato numerosi segni della loro presenza, in particolare pitture o incisioni rupestri. Questa forma di pastorizia a spostamento verticale, basata sull’utilizzo delle grotte è sopravvissuta miracolosamente fino ai nostri giorni sul versante orientale della Maiella, in particolare nel territorio di Fara San Martino dove convivono un’industria alimentare legata alla produzione di pasta, moderna, tecnologica, inserita a pieno titolo nel mercato globale, insieme ad una forma di allevamento atavica, primordiale, la stessa praticata nell’Età del Bronzo. Un paradosso economico e sociale che meriterebbe uno studio sociologico ed antropologico approfondito.
Non è da escludere che i pastori dell’Età del Bronzo, nel periodo invernale, non si limitassero a frequentare solo le aree basali delle montagna, ma scendessero anche verso le zone costiere utilizzando le aste fluviali, specialmente negli inverni più rigidi e nevosi. Non sappiamo ancora con certezza quando si sia, invece, affermata la pastorizia transumante classica, ossia la migrazione invernale di uomini ed armenti verso i pascoli invernali della Puglia. Alcuni indizi e testimonianze lasciano supporre che questa forma economica fosse già praticata tra i popoli italici prima della conquista romana, in particolare tra le genti sannitiche insediate nel settore meridionale della regione. Oltre ad alcun indizi di natura archeologica e letteraria, se ne possono analizzare e citare anche altri di carattere ambientale e biologico. Nell’Età del Ferro le condizioni climatiche peggiorano e questo impone la ricerca di pascoli invernali in zone più calde e riparate. Inoltre, in questo periodo si diffondono le colture legnose di pregio vite, olivo e fico nelle zone collinari che mal si conciliano con il pascolo delle greggi. Si diffondono anche coltivazioni erbacee ad esclusivo uso zootecnico come quella dei mochi (Vicia ervilia) a testimonianza di un maggior interesse rivolto verso la zootecnia. Un altro aspetto interessante è la riduzione della taglia degli animali domestici, in particolare per i bovini registrata in questo periodo, mentre già nell’Età del Bronzo si verifica una diminuzione delle misure corporee degli ovini. La riduzione della taglia degli animali domestici è connessa sicuramente all’affermarsi di una forma di allevamento del bestiame allo stato brado o, comunque, in condizioni più severe che richiedi lunghi spostamenti. Di contro, la taglia dei cani si fa più grande, forse in considerazione del loro uso nella guardia degli armenti contro orsi, lupi e predoni. Nell’Età del Ferro si diffonde l’allevamento dell’asino che si affianca a quello del cavallo già presente nell’Eta del Rame e in quella del Bronzo. Di conseguenza compaiono anche muli e bardotti animali da soma di interesse strategico anche per le operazioni legate alla transumanza. Una delle prime testimonianze archeologiche in Italia della presenza dell’asino domestico, animale di origine africana, si riferisce proprio alla regione abruzzese, in particolare al territorio di Tortoreto (Manzi, 2012a).
Nel periodo romano, la transumanza risulta una forma economica ormai ben affermata ed organizzata, probabilmente non molto diversa nei tempi e nelle forme di quella praticata in età moderna dopo la grande riorganizzazione, sul modello della Mesta spagnola, operata da Alfonso d’Aragona, re di Napoli intorno metà del XV secolo.

L’uso delle risorse naturali

Per secoli e per millenni l’azione dell’uomo pastore è stata tesa a mantenere e difendere i pascoli dei propri armenti, non solo contro altri pastori o contadini, ma contro la stessa natura. Infatti le praterie secondarie, ossia quelle di origine antropica, poste sotto il limite altitudinale del bosco che sull’Appennino centrale è localizzato a circa 1800 m di quota, sono facilmente soggette alla ricolonizzazione di arbusti e giovani alberi che preludono il ritorno della primitiva copertura forestale. Il pastore quotidianamente eliminava le avanguardie vegetali del bosco con la inseparabile accetta dal manico lungo, spesso impiegata anche per proteggere le sue greggi dagli attacchi dei lupi e dagli stessi uomini. Faceva frequentemente ricorso al fuoco, alleato insostituibile per tenere sotto controllo le specie legnose ed eliminare la necromassa, ossia lo strato di erbe secche, per favorire il “ricaccio” dei germogli teneri e nutrienti. La pastorizia ha così favorito le specie animali e vegetali delle praterie e, più in generale, degli ecosistemi aperti che hanno visto i loro ambienti elettivi allargarsi a dismisura. Di contro sono state penalizzate le specie nemorali la cui presenza è legata al bosco. Queste hanno trovato rifugio nei frammenti forestali residuali ormai isolati nel mare magno dei pascoli.
Ovviamente le grandi praterie, sia quelle naturali, oltre i 2200-2300 m di quota, che quelle secondarie a quote inferiori, non hanno lo stesso valore pabulare. I pascoli su suoli acidi che in Abruzzo si riscontrano essenzialmente sui Monti della Laga, complesso orografico costituito da arenarie e marne, sono meno ambiti dai pastori. Il valore foraggero e pabulare inferiore è connesso alla presenza di un’erba: il nardo (Nardus stricta), conosciuto localmente come pelone. Questa graminacea che forma densi popolamenti, sia sulle praterie in quota che in quelle secondarie, è provvista di apici fogliari pungenti che rendono la pianta poco appetita dal bestiame, specialmente dai bovini. Sui questi pascoli, spesso, si osservano i cespi di nardo brucati dal bestiame e successivamente sputati poiché difficili da masticare. Sulle praterie a quote inferiori, sempre su suoli acidi, il sovraccarico di animali o l’uso ripetuto del fuoco favoriscono la presenza di densi popolamenti di felci dominate dalla felce aquilina (Pteris aquilina), pianta che pregiudica il pascolamento delle greggi. Per queste ragioni, i pascoli sulle montagne calcaree erano più ambiti e ricercati dai pastori in quanto non presentano le caratteristiche e i processi sopra accennati. Gli stessi armentari e mandriani dei Monti della Laga, preferivano spostarsi ed affittare i pascoli sul Gran Sasso e persino sulla Maiella o altri rilievi carbonatici, caratterizzati da suoli neutri o basici che danno pascoli più nutrienti e con una maggiore diversità di specie floristiche.

Il pastore, specialmente in estate quando per circa tre mesi si portava sui pascoli estivi della montagna, viveva lontano dai paesi e dalle rispettive comunità del fondovalle. Isolato e solitario a guardia dello stazzo, rifugiandosi dentro capanne in pietra a secco o zolle di terra, oppure all’interno delle stesse grotte-ovili opportunamente adattate. La sua alimentazione era basata essenzialmente sulla carne di pecora essiccata al sole, la cosiddetta muscischia, raramente disponeva di carni ovine fresche, eccetto quando un animale periva o restava gravemente ferito per cause accidentali. Consumava quotidianamente i sottoprodotti della lavorazione del latte: la ricotta o lo stesso siero in cui immergere e condire il pane. Michele Tenore, uno dei padri nobili della botanica italiana ed europea, in una sua relazione di viaggio effettuato sul versante orientale della Maiella nel 1831 (Tenore, 1832), così descriveva la preparazione della muscischia, un modo antichissimo di conservare la carne: “Presso la capanna del pastore, vidi pendere da una pertica qualche cosa che raffigurava un cuoio di pecora disteso, cui dalla parte interna attaccati vedeansi diversi pezzi di carne disseccata. Seppi allora che perdendosi uno di quelli animali, dopo averne salvata la pelle, i pastori lo disseccano per lungo, ne portano via i visceri, lo scheletro e la maggior parte della carne di cui fanno banchetto, e ne lasciano quell’avanzo a seccare al sole. Questo resto di mummia pecorina vien da essi chiamato Mosisca”.
Il pastore integrava la sua alimentazione anche con prodotti animali rinvenuti in montagna. Alle alte quote raccoglieva sistematicamente le chiocciole della specie Helix delpretiana, una lumaca endemica dell’Appennino centrale sfruttata abbondantemente anche dagli uomini del Mesolitico abruzzese, come dimostrano i “chiocciolai”, ossia i cumuli di gusci di questi molluschi segnalati nelle grotte intorno al Fucino. I pastori consideravano questa chiocciola, dal guscio chiaro e di grande interesse biogeografico in quanto si tratta di un relitto glaciale, una vera e propria leccornia, spesso consumata arrostita direttamente sul fuoco dello stazzo, non di rado commercializzata nei paesi del fondovalle. Catturavano con una certa frequenza le coturnici, mediante ingegnosi lacci realizzati con crini di cavallo e posti, perlopiù, presso lo stazzo, area frequentata assiduamente da questi uccelli per procurarsi il cibo. Ovviamente catturavano anche altra selvaggina, nei tempi passati persino gli orsi di cui conservavano le cosce posteriori, il famoso prosciutto d’orso.
Spesso, i mandriani, impiantavano un rudimentale orto a ridosso del grascito, l’area prospiciente i recinti notturni dove le greggi stazionavano prima dell’accesso alle “mandre” per la mungitura o per la notte. A maggio, quando i pastori si apprestavano ad intraprendere il viaggio di ritorno dalla Puglia verso i pascoli estivi, uno tra i mandriani con più esperienza precedeva il gregge e gli altri uomini per ripristinare e riparare lo stazzo estivo e per effettuare la semina degli ortaggi. Coltivavano essenzialmente rape e navoni anche ad altitudini molto elevate che non di rado sfioravano i 2000 m. Questa tradizione era molto radicata sulle montagne circostanti il Piano delle Cinquemiglia e persiste tuttora tra i pastori di Scanno. Probabilmente, si deve proprio a questa pratica la selezione dei “mugnoli”, un ricercato ortaggio di origine ibridogena tra cavolo e rapa, coltivato nel territorio di Pettorano sul Gizio e dai pastori di Scanno (Manzi, 2015). Il grosso delle verdure consumate dai pastori durante il periodo della monticazione era costituito, però, da piante spontanee reperite nei pascoli. Tra quelle oggetto di una maggiore raccolta e consumo risultava il buon Enrico (Chenopodium bonus-henricus), pianta nitrofila che cresce presso gli stazzi ove si accumulano le deiezioni del bestiame. La pianta presenta diversi nomi dialettali tra cui quelli più diffusi in ambito regionale di voleche e olaci. Quest’ultimo termine si ricollega alla voce latina olera che ha il significato di verdura commestibile (Manzi, 1999). Nella prima metà del XIX secolo in Abruzzo, la Società Economica di Teramo, aveva anche tentato di iniziarne la coltivazione ed il processo di domesticazione quale piante di interesse orticolo ed alimentare, come peraltro fu sperimentato per altre piante selvatiche tra le quali il bulbocastano (Bunium bulbocastanum). Interessante è la testimonianza di Ignazio Rozzi (1840), il fondatore della rivista “Il Gran Sasso d’Italia” e celebre naturalista che per lungo tempo gestì l’importante orto agrario della città aprutina: “… e il totabona (Chenopodium Bonus Henricus L.). E su quest’ultima specie ci piace fare cenno sugli accidenti di sua provenienza. Nella nostra ultima escursione (in agosto 1838) fatta con il prof. Costa nel G. Sasso e suoi dintorni avendo noi avvertito che quei pastori mangiavano alacremente certa erba cotta, e benché apparisse condita con pastorale frugalità, ci venne talento di assaggiarne, e con piacevole meraviglia assai gustosa la trovammo, fu allora che raccolte le altre consimili piante ivi spontanee, rigogliose ed abbondanti le trovammo apparteneva alla specie de’botanici designata con l’enunciato nome; fummo quindi sollecitati nell’autunno p.p. a provvedere quest’orto de’ de semi di essa, ed è a sperare che questa pianta possa prosperarvi in luoghi freschi, e venir ad arricchire la lista de’camangiari”. Oggi questa verdura, che cresceva abbondante nelle aree montane ove staziona il bestiame, sta diventando molto rara a seguito dell’abbandono repentino degli stazzi e del drastico calo numerico delle pecore che sono solite brucare la pianta quando i semi sono maturi favorendone la dispersione.
Le verdure spontanee più apprezzate, ritenute vere e proprie prelibatezze vegetali, erano invece due specie di tarassaco endemiche Taraxacum apenninum e T. glaciale. Particolarmente considerata era soprattutto la seconda specie, peraltro molto rara in quanto limitata alle montagne più elevate della regione e i rilievi del Parco Nazionale d’Abruzzo. La specie cresce nelle vallette nivali, doline o sui pendii esposti a nord ove la coltre nevosa persiste per molto tempo. Si rinviene all’interno dei pascoli dominati da un particolare trifoglio: Trifolium thalii, specie di interesse strategico per i branchi di camoscio costituiti dalle femmine con i piccoli. I pastori, però, evitavano di pascolare le loro greggi su questi prati in determinati momenti (quando la neve si era appena sciolta o quando l’erba era bagnata dalla pioggia o dalla rugiada), poiché l’alto contenuto proteico delle piante, in particolare delle leguminose presenti, induceva nel bestiame domestico una forma grave di meteorismo che poteva avere effetti letali sull’intero gregge (Manzi, 1999). Le rosette basali di Taraxacum glaciale e T. apenninum ivi presenti venivano raccolte avidamente dai pastori, spesso le commercializzavano o le portavano in dono alle persone in vista dei paesi. Le praterie ove la specie crescono venivano persino “parate” ossia vietate al pascolo degli ovini di ritorno dalla Puglia per facilitare la raccolta delle ricercate e preziose verdure. Nello stesso ambiente di Taraxacum glaciale e T. apenninum cresce anche Crepis aurea, pianta molto simile ma dal gusto decisamente inferiore. Mentre i botanici stentano a distinguere le specie di Taraxacum dalla Crepis, i pastori del passato invece le riconoscevano con grande facilità. A tale proposito risulta interessante la testimonianza riportata da Emil Levier, botanico svizzero che esplorò la Majella e il Morrone nel 1874 per studiarne la flora. Il celebre studioso, su un cartellino d’erbario conservato presso L’Erbario Nazionale di Firenze, a corredo di un campione di Taraxacum appeninum da lui raccolto sulle montagne abruzzesi, ha annotato alcune interessanti considerazioni: “Cela n’est pas juste a Caramanico je n’ai vu mangé et vu vendre pas les gens en montagne que le Taraxacum apenninum. Pour le gens est exsquis sans aucune amertume et qui se mange communement dans la soupe. Le Crepis columnae (Crepis aurea n.d.A.) est amer et plus dur. Bien que les botanistes aient quelques peure a à distinguer les 2 plants au premier coup d’oeil, les montagnards ne s’y trompent jamais et le reconnaisssent toutes deux a distances, a le coleur plus pale des fleurs du Taraxacum. Aussi ne rereconnaissent ils jamais le Crepis columane: c’est un berger du Stazzo du Lago di Caramanico qui me voyant ramasser beaucoup de Crepis columnae, se mit a rire it me dit que je prenais la mauvaise Cicorietta amara. Il me fit voir ensuite le Taraxacum apenninum qui m’avait coruplement échappé. C’est vous seulement le Taraxacum apenninum que doit ètre appelé Cicorietta di Salle” (Manzi, 1999).
Ovviamente i pastori consumavano anche tante altre verdure seppure in maniera più sporadica ed occasionale. Tra queste, il ricettacolo fiorale della carlina (Carlina utzka) di cui Mozzetti (1836) scriveva: “I frutti della carlina caulescens, et acaulis, che i contadini del Cicolano, e di altri luoghi dell’Aquilano chiamano cardanapoli offrono un vitto salubre, nutritivo ristorante e tonico ai pastori de’ monti dell’Aquilano, dove questo cardo nasce in abbondanza. Abbonda pure in tutte le falde orientali subappennine della Majella nel Chietino, e di Montecorno nel Teramano. Ma poco o nulla ivi si cura”. Persino le ortiche venivano raccolte ed utilizzate insieme al buon Enrico per la preparazione “dell’acqua cotta”, la tradizionale minestra degli stazzi.
Tra i frutti spontanei consumati dai pastori in estate, vi erano quelli dei ribes e dell’uva spina, di more e lamponi; sui Monti della Laga, dove la specie risulta particolarmente diffusa, del mirtillo nero. Inoltre, i frutti del pero corvino (Amelanchier ovalis) particolarmente apprezzati sul Gran Sasso. Uno spiccato interesse avevano i frutti del corniolo (Cornus mas) che raccolti ed essiccati al forno venivano consumati d’inverno. Probabilmente, anche i frutti del ciliegio canino (Prunus mahaleb) dovevano rivestire un qualche interesse alimentare tant’è che la specie risulta coltivata presso gli insediamenti stagionali in quota, come nel caso delle Pagliare di Tione alle falde del Sirente, mentre se ne favoriva lo sviluppo nelle difese: in quella di Opi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, sono presenti individui dalle dimensioni ragguardevoli per questa specie. Nelle antiche difese, i tradizionali pascoli arborati dell’Appennino Centrale, riservati al pascolo degli animali da lavoro (Manzi, 2012b), si favoriva la crescita anche di altre essenze fruttifere in primo luogo dei peri e dei meli selvatici i cui frutti, oltre che nell’alimentazione del bestiame, venivano utilizzati anche sulla tavola degli uomini. Sui Monti della Laga e in altri contesti montani, con le mele selvatiche si otteneva anche un primitivo sidro denominato cacce e mitte, spesso tinto di scuro con i frutti del sambuco.
Nel tragitto di ritorno dalla Puglia, o dalla costa abruzzese verso la montagna, in maggio, i pecorai raccoglievano lungo i tratturi litoranei le radici della liquirizia che cresce spontanea ed abbondante sui terreni argillosi costieri. Le dolci e succose radici della pianta venivano portate in regalo, quasi un rito stagionale, ai bambini lasciati nel lungo inverno con le loro madri nei paesi della montagna. Un dono lungamente atteso e particolarmente gradito. Sulla costa, i pastori raccoglievano anche il carciofo selvatico (Cynara cardunculus) che utilizzavano come caglio vegetale quando non disponevano del caglio animale ricavato dallo stomaco dei capretti. Per la cagliatura del latte venivano impiegate anche altre specie vegetali appartenenti perlopiù ai generi Carduus e Cirsium, inoltre i rami giovani del fico ricchi di lattice. Rami di fico incisi venivano immersi nel siero, con aggiunta di aceto, per favorire la produzione abbondante della ricotta. Questa operazione, ancora in uso tra i pastori di Valle Castellana, prende il nome di “sficacciare”. Per conferire al formaggio o alle scamorze una colorazione giallognola, indice di un maggior contenuto in grassi e quindi una qualità alimentare superiore, almeno in passato, nella cagliata venivano posti i fiori di colore sulfureo de caglio vero (Galium verum), un’erba che cresce abbondante nei pascoli montani. Chi disponeva di maggiori risorse finanziarie impiegava lo zafferano, in mancanza di questa costosa spezia, si poteva utilizzare un suo succedaneo: i petali del cartamo o falso zafferano (Carthamus tinctorius).
Al mondo vegetale i pastori si rivolgevano anche per curare i malanni degli animali e degli stessi uomini. Spesso raccoglievano sistematicamente piante medicinali o aromatica su commissione. Questa pratica di raccogliere e commercializzare essenze officinali ed aromatiche, diffusa in tanti contesti montani abruzzesi, è stata in uso fino agli anni 70 del Novecento, quando è entrata in crisi a seguito dall’immissione nel mercato delle produzioni dei paesi dell’est Europa o di quelli emergenti del bacino del Mediterraneo. Le piante maggiormente raccolte e commercializzate con ditte farmaceutiche del Italia settentrionale erano la belladonna (Atropa belladonna), il ranno alpino (Rhamnus alpinus), il verbasco (Verbascum sp. pl.) e la genziana maggiore (Gentiana lutea). Le radici di quest’ultima specie erano particolarmente ricercate anche per la produzione di liquori. Nella sola Pietracamela, nei primi anni Settanta del Novecento, venivano raccolti e commercializzati quintali di radice essiccata di genziana. Queste raccolte con finalità commerciali avevano portato alla rarefazione di molte piante di interesse farmaceutico in diversi contesti territoriali. Caso emblematico è la raccolta della sabina (Juniperus sabina), un ginepro che cresce sulle rupi fino ad una quota di circa 16000 m. La pianta veniva raccolta ed utilizzata quale abortivo e per alcuni impieghi veterinari, per questo è stata avvolta da un’aura di mistero iniziatico e gli stessi pastori ne parlavano solo in maniera allusiva e reticente (Manzi, 2003). In passato la pianta godeva di un’alta considerazione tanto che Luigi Anguillara, primo responsabile dell’orto botanico di Padova, intorno alla metà del XVI secolo, in uno dei suoi viaggi in Abruzzo esplorò la Maiella sopra Fara San Martino dove rimase meravigliato della presenza della sabina, pianta rara e localizzata anche ai suoi tempi (Manzi, 2012). Quanto fosse considerata la sabina in passato lo si può desumere anche da uno scritto di D’Amato (1888) che racconta inorridito l’impresa di alcuni ragazzi che si calano lungo una rupe per tagliare uno degli ultimi esemplari di sabina della catena del Gran Sasso: “Scesi dalla grotta , uno spettacolo raccapricciante s’offerse ai nostri occhi, e ci fermammo alquanto ad ammirare l’ardimento di alcuni pastorelli che mettevano a rischio la vita pel lucro di qualche lira! … Sulla pendice del M. d’Intermesoli, la quale, nel sito in discorso, scende giù quasi a picco e ad un’altezza maggiore di quella della grotta dell’oro, vegeta la sabina. Tre giovinetti pecorai, due più grandi e più robusti ed uno piccolino, affidandosi alle frane della roccia salirono su di un ciglione sporgente al di sopra di molto della Sabina; di qui, allacciato da una solida corda, il più piccolo fu mandato giù da’compagni sino alla pianta, che egli fece cadere in frammenti, sotto il taglio, giù nella valle. Volemmo assistere al ritiro del ragazzo ed alla discesa di tutti e tre da quella non piccola altezza; dico la verità: lo spettacolo fu poco attraente!”. Anche i giovani pastori di Fara San Martino, sulla Maiella, fino a qualche decennio addietro, si esibivano in vere e proprie imprese alpinistiche dal sapore iniziatico per tagliare i tronchi degli ultimi pini neri (Pinus nigra), chieta nel dialetto locale, che crescono sulle strapiombanti pareti di Cima della Stretta. Dal tronco resinoso si ottenevano i listelli utilizzati per confezionare le torce destinate ad illuminare la processione del Venerdì Santo e le rogazioni di maggio, forse il retaggio di antichi culti pagani legati ad Attis e Cibele (Manzi, 2003) Le imprese acrobatiche, spesso dettate dall’amore per una ragazza, compiute dai giovani di Fara per tagliare i pini neri più inaccessibili colpirono la fantasia e l’animo di Cesare De Titta che a queste imprese di giovanile audacia volle dedicare un lungo e romantico componimento lirico in dialetto “La ripe de la Strette” (De Titta, 1923). Altri pini colossali, abbarbicati alla roccia, mostrano ancora oggi i segni di una rudimentale resinazione eseguita dai pastori nel passato per procurarsi la resina, sostanza indispensabile a tanti usi e di difficile reperimento nei decenni addietro.
I pastori per le loro pecore hanno bisogno di pascoli, acqua e sale. Il cloruro di sodio viene quotidianamente fornito a pecore, capre e bovini su pietre piatte, denominate di proposito “saliere”. Il sale risulta un ottimo integratore alimentare, favorisce lo sviluppo armonico degli animali e rende le loro carni più sapide. “Pecora salta, pecora salvata” sentenziavano i vecchi pastori sottolineando così quanto fosse importante questa sostanza minerale nella pratica pastorale. Il sale risultava indispensabile anche per salare formaggi e ricotte e così poterle conservare e stagionare a lungo, nonché salare le carni destinate alla stagionatura. Al sale si ricorreva anche per curare diverse malattie di uomini ed animali. Il cloruro di sodio veniva ricavato essenzialmente dall’acqua di mare nelle saline costiere. Le più vicine oggi sono quelle di Margherita di Savoia ma, nei secoli passati, erano presenti anche in Abruzzo alla foce dei fiumi Saline, Pescara, Sangro, Sinello, ecc. Spesso, però, per le popolazioni interne, lontane dal mare, il sale non risultava sempre disponibile ed accessibile. Allora venivano sfruttate alcune sorgenti di acqua salata all’interno che si localizzano, solitamente, nell’ambito delle argille plioceniche. Queste risorgive salate vengono indicate sotto la denominazione di salse o salzeri. Si riscontrano con frequenza lungo il corso del fiume Mavone e dei suoi affluenti, ai piedi del versante orientale del Gran Sasso e più a valle lungo il Vomano. Nella provincia di Chieti sono note alcune polle salate nell’area calanchiva di Guardiagrele. Fino all’ultimo dopoguerra, le popolazioni locali sfruttavano queste fonti salse per l’estrazione del sale facendo bollire ed essiccare l’acqua in grossi caldai. Frequentemente, si prelevava l’acqua dalla sorgente e la si conservava in casa per aggiungerla a quella di cottura degli alimenti. Non è da escludere che i grandi complessi monastici lungo il Mavone: Santa Maria di Ronzano e San Giovanni ad Insulam, siano legati proprio alle presenza di sorgenti salse.

Le ripercussioni della pastorizia transumante sulla fascia costiera abruzzese

L’organizzazione moderna della pastorizia transumante prevedeva anche un’ampia fascia di pascoli invernali lungo la costa abruzzese. La servitù di pascolo invernale ha interessato e condizionato questi territori dalla metà del ‘500 fino al 1806 quando venne abolita. Si tratta essenzialmente dei pascoli denominati Regi Stucchi e Poste di Atri, posti sotto il controllo della Doganella d’Abruzzo.
Le Poste di Atri erano costituite da pascoli, che potevano sostenere fino ad 8.000 capi ovini, localizzati a ridosso della città degli Acquaviva. Ben più estese risultavano le superfici pascolive degli “stucchi” posizionate lungo la fascia costiera sia nelle attuali province di Teramo e Pescara che in quella di Chieti. Negli ultimi decenni del Cinquecento, le pecore che svernavano lungo la costa abruzzese senza recarsi nei pascoli pugliesi superavano la cifra di 50.000 capi, di cui 20.000 nel settore meridionale a sud della foce del Pescara, il resto lungo la costa settentrionale (Pierucci, 1983). La vecchia provincia teramana risultava maggiormente gravata e condizionata dalla presenza degli “stucchi”, in pratica interessavano tutte le pianure alluvionali dal Tronto al Pescara, nonché la fascia costiera. In provincia di Chieti, gli “stucchi” si localizzavano a sud del Sangro essenzialmente nei territori di Casalbordino, Scerni, Pollutri, Furci, Monteodorisio, Cupello e le aree paludose di Vasto e San Salvo (Di Cicco, 1971). Molte di queste aree furono individuate nei territori appartenuti a centri demici costieri abbandonati nella seconda metà del Trecento, a seguito della grande pestilenza, come nel caso degli “stucchi” nei pressi di Casalbordino, un tempo di pertinenza degli insediamenti scomparsi di Torre Sinello, Rigo Armari, Linari, Rigo Maggiore (Lalli, Lucareli, 1992). Lo stesso per le aree di pascolo invernale tra Monteodorisio e Scerni ove insistevano diversi centri abbandonati sorti per lo sfruttamento agricolo di vasti possedimenti monastici. Non è da escludere che proprio la destinazione a pascolo invernale dei territori coltivati abbia contribuito al definitivo abbandono di alcuni di questi insediamenti, già in piena crisi demica, come nel caso di Sparpaglia (Murolo, 1994). Per quanto riguarda i “riposi”, il più esteso era quello del Saccione posizionato tra il Fortore e il Sangro ed interessava la fascia lungo il tratturo, nello specifico la spiaggia e le zone propriamente litoranee. Qui le greggi sostavano in attesa di accedere nelle “locazioni” pugliesi.
Gli “Stucchi” e le “Poste” di Atri vennero istituite essenzialmente per incentivare lo svernamento dei pastori provenienti dallo Stato Pontificio nei territori del Regno, specialmente quelli dall’area marchigiana dei Monti della Laga e dei Sibillini. Lo stato napoletano, in questo modo, garantiva per le casse erariali introiti aggiuntivi. I pastori marchigiani che svernavano lungo la costa teramana e chietina erano, generalmente, malvisti dai locali e denominati in maniera sprezzante marchitti. Oltre che per i marchigiani, i pascoli costieri erano riservati ai locati abruzzesi provenienti dai Monti della Laga (Valle Castellana e Montagna di Roseto) allo scopo di scongiurare una loro fuga verso i pascoli invernali del Lazio e quindi nello Stato Pontificio. Fino a qualche decennio addietro, era ancora possibile osservare sulla costa teramana e pescarese pastori e greggi provenienti dai Monti della Laga, memori di un’antica e consolidata consuetudine.
I pascoli invernali degli “Stucchi e Poste di Atri”, a differenza delle “locazioni” del Tavoliere di proprietà demaniale, erano di natura privata appartenenti ai feudatari, cittadini o comunità. I terreni venivano affittati dallo stato che a sua volta li cedeva ai pastori per il pascolo invernale, dal 29 settembre all’8 maggio. Da maggio a settembre, i legittimi proprietari rientravano in possesso dei terreni per coltivarli. Ovviamente non potevano impiantare colture legnose come vigneti ed uliveti, tantomeno recintare i fondi con siepi o steccati, costruirvi masserie ed altri insediamenti stabili. Leandro Alberti, nella seconda metà del Cinquecento (1575) definisce i territori localizzati lungo il basso corso del Vomano “mal lavorati”. Pochissime erano le colture praticabili, quella che meglio si adattava a questa particolare conduzione fondiaria risultava, almeno nelle pianure irrigabili, la risicoltura; sui terreni in pendio la coltivazione di altri cereali e legumi a semina primaverile. Questo spiega la diffusa presenza delle risaie, l’unica coltura conciliabile con il pascolo invernale. specialmente nel teramano ove si localizzavano le grosse pianure irrigabili (Manzi, 2006). La servitù del pascolo invernale spiega anche l’arretratezza dell’agricoltura in questa fascia costiera priva per secoli di oliveti, vigneti anche sulle zone collinari. Il sovra-pascolamento prolungato per secoli ha accelerato il processo di erosione sui terreni acclivi accentuando la formazione e l’espansione dei calanchi, in particolare nelle aree intorno la città di Atri. L’assoggettamento al pascolo invernale delle migliori terre per l’agricoltura: la fascia costiera abruzzese e molisana, nonché le aree del Tavoliere, fu oggetto di discussione animata, specialmente nel corso del XVIII secolo. Da un lato i rappresentanti degli armentari della montagna favorevoli alla pastorizia, dall’altro i proprietari terrieri e la classe borghese costiera e collinare. Tanti esponenti dell’illuminismo napoletano e, in maniera specifica abruzzese, si espressero decisamente per l’abolizione o riduzione delle aree pascolive invernali e della pastorizia in generale, considerata una forma economica primitiva, per permettere lo sviluppo dell’agricoltura. Tra questi le voci più autorevoli furono quelle del chietino Ferdinando Galiani, dei teramani Melchiorre Delfico e Gian Francesco Nardi. Gli ultimi due molto si adoperarono, nella seconda metà del Settecento, per la trasformazione agricola degli Stucchi e Poste di Atri, attraverso una graduale riconversione dei pascoli inizialmente attraverso l’impianto di oliveti. Fu proprio Melchiorre Delfico a ispirare al re Giuseppe Bonaparte la legge per l’abolizione dei Regi Stucchi con vigore dall’8 maggio 1807.

Bibliografia

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