Prefazione
ADELMO MARINO

Dopo aver individuato e recuperato l’immenso patrimonio statale, formato da antichi feudi dismessi, porzioni di territorio di incerta natura e origine, da terreni incolti e non reclamati da nessuno, nel 1447 Francesco Montluber suggerì ad Alfonso d’Aragona l’opportunità di metterlo a disposizione dei pastori meridionali per il pascolo invernale.
Un progetto indubbiamente difficile, ma non impossibile, una volta studiato un sistema capace di coinvolgere tutti i soggetti interessati e cioè lo Stato, i pastori, gli armentieri, i feudatari, le città di passaggio e l’erario.

Con l’istituzione della Dogana di Foggia quasi tutto il Tavoliere delle Puglie e gran parte delle terre calde del Sud furono messe a disposizione dei richiedenti, dando vita per oltre quattro secoli (1447- 1865) a una sorta di macro regione ante litteram, comprendente l’ Abruzzo, il Molise, le Puglie e la Basilicata. Il tutto nell’ambito di un nomadismo istituzionale fatto, da una parte, di date, percorsi e leggi da rispettare, e dall’altra, da un groviglio di interessi tra la feudalità locale, piccoli e medi agricoltori e fiscalità statale sempre in cerca di nuove fonti di denaro.

Quella che poi è passata come maena pecudum fu un colossale pendolarismo semestrale di popoli dal mare alla montagna e viceversa, fortemente calendarizzato: 15 agosto, festa dell’Assunzione, inizio anno doganale, 30 agosto fiera di Lanciano, 29 settembre, festa di S. Michele, apertura ufficiosa della Dogana, 25 novembre, festa di Santa Caterina d’Alessandria, apertura ufficiale, 8 maggio, subito dopo la Fiera di Foggia, uscita definitiva dai pascoli, e così via.

Lungo i tratturi i pastori si incontravano per affrontare insieme il duro lavoro che li attendeva e per superare la tristezza del distacco dalle famiglie e dalle cose più care per parecchi mesi dell’anno. I padroni degli armenti, i pastori, i mercenari, i coloni e i proprietari dei pascoli operavano sotto la giurisdizione del Tribunale di Foggia, ideata per amministrare con celerità la giustizia tra gli interessati.

Per un certo periodo di tempo la Dogana si rivelò uno strumento efficiente per riscuotere soldi derivanti dal diritto di pascolo, dai dazi, dalle transazioni commerciali ecc. ma poi, nel corso del Settecento, cominciò a scricchiolare perché, come notò il monetarista Ferdinando Galiani, non rendeva quel che avrebbe potuto se avesse avuto una gestione sapiente, più oculata, e meno burocratizzata.

Con il tempo il Tavoliere delle Puglie si rivelò un cattivo affare perché fu messo a esclusiva disposizione della corona e agli interessi dell’erario generando malcontento e insoddisfazioni. Per superare gli scontri fra gli interessi dei grandi baroni, in lotta tra di loro tra politica e mercatura, e le aspirazioni contrastanti tra le varie categorie sociali ci volevano iniziative nuove e una diversa politica economica.

Quando si cercò di modificare qualcosa, ci si accorse che non era possibile perché tutta la struttura si era trasformato in un groviglio di interessi molteplici e contrastanti fra istituzioni e categorie superiori: Re, feudatari, armentieri, confraternite, monasteri, monaci, fiere e tribunali. Inoltre, le varietà alimentari provenienti dall’estero come il mais, i legumi, le zucchine, i pomodori e le patate, fecero il resto perché, piuttosto che verso la pastorizia, spingevano verso l’agricoltura ritenuta più redditizia.

In sostanza, alla lunga, l’affaire del Tavoliere delle Puglie non fu più né un progetto d’investimento né una forma di conciliazione tra agricoltori pugliesi e pastori meridionali, tra boscaioli e contadini regionali ed extra regionali.

Gli abruzzesi, in particolare, facevano fatica ad affrontare il lungo viaggio che li avrebbe portati a Foggia, sia pure camminando lungo tratturi erbosi e luoghi riservati, protetti da cavalli e cavallari, e accompagnati da una lunga teoria di chiese, osterie, conventi e monasteri, sempre disposti ad accoglierli.

I problemi nascevano sul piano pratico, poiché spesso i piccoli locatari d’Abruzzo, proprietari di cinquanta o cento pecore, erano costretti a confederarsi tra di loro per poter occupare una intera masseria, mentre altre volte, per non disobbedire alle dure leggi fiscali, erano chiamati a procacciarsi gli erbaggi straordinari acquistandoli dai piccoli proprietari pugliesi.

Nell’idea di recuperare all’erario il gettito mancante per le cosiddette “pecore rimaste” di proprietà dei piccoli allevatori, nel 1532 nacque la Doganella d’Abruzzo formata da un complesso di 25 poste e 40 stucchi aperti e chiusi, disseminati lungo il litorale abruzzese, tra Tortoreto e San Salvo e, in modo particolare, nel contado di Atri.
Un enorme complesso pastorale le cui rendite purtroppo non tornarono a beneficio della corona di Napoli, ma di quella estera, avendo Bona Sforza, figlia di Isabella d’Aragona, sposato Sigismondo, re di Polonia.

La nuova struttura, organizzata per la rivendicazione delle terre feudali non reclamate, l’acquisto delle proprietà dai privati, l’affitto dei pascoli delle università locali oltre, naturalmente, che per il recupero di beni demaniali, portò subito dei benefici.

Nel 1650, all’indomani dei moti masanelliani, che in Abruzzo si trasformarono in moti antifiscali e antifeudali, la Doganella ottenne l’autonomia iniziando una diversa storia e un diverso sviluppo dalla Dogana di Foggia, che purtroppo di fatto, ritardò la bonifica dei terreni acquitrinosi, la riconquista della salubrità dell’aria, soprattutto nelle vallate del Vomano e della Vibrata, e lo sviluppo dell’agricoltura adriatica.

Per avere tutte queste cose si dovette attendere che si compisse il processo risorgimentale che, con la costruzione delle nuove strutture viarie e l’utilizzazione dei nuovi mezzi di trasporto, segnò la fine della transumanza tradizionale e l’emarginazione delle vecchie strutture storiche, lasciando il posto alla nascita di una miriade di borghi, paesi e città dalle più diverse prospettive agricole, balneari e commerciali.

La Doganella d’Abruzzo, in virtù di una sostanziale residenzialità pastorale, aveva prodotto dei benefici sul piano sociale poiché, ispirando il rinnovamento dell’artigianato, dell’agricoltura e della ceramica castellana, con nuovi temi e nuove ricerche, suggerì negli abitanti della costa adriatica altre forme di cultura enogastronomica con l’ingresso in cucina, e sulla tavola, del pesce e dei frutti di mare, in precedenza sconosciuti o poco utilizzati e pochissimo richiesti.

In conclusione, il Tavoliere delle Puglie rappresentò il punto di incontro dell’economia di quasi quattro regioni, Abruzzo, Molise, Puglie e Marche, e nello stesso tempo lo snodo politico-militare per la difesa delle sponde del Mar Adriatico dalle periodiche incursioni dei Turchi.

La Doganella d’Abruzzo, viceversa, disciplinò i rapporti del Regno di Napoli con lo Stato Pontificio, favorendo il passaggio di una enorme quantità di popolazioni, merci e armenti in cerca di migliori collocazioni, ma nel rispetto delle leggi. Il Tronto, pertanto, diventò una vera e propria frontiera zonale dagli aspetti particolari, e cioè uno spazio fluido, mobile, dinamico in cui potevano coesistere le aspirazioni e gli interessi di tutti e, almeno per taluni prodotti, senza eccessive chiusure.
Con il definitivo affrancamento della Doganella d’Abruzzo e del Tavoliere delle Puglie, all’indomani dell’Unità d’Italia (1865), andò distrutto tutto quel complesso sistema giuridico, economico e fiscale elaborato dai governi napoletani e gran parte della cultura popolare elaborata dai pastori, durante i periodici incontri estivi e invernali e che ora gli studiosi con fatica stanno recuperando per valorizzarne gli aspetti più rappresentativi e suggestivi.