Arte e rappresentazione iconografica della transumanza
NICOLINO FARINA

Fin dai tempi remoti le genti d'Abruzzo sono state caratterizzate dalle opportunità abitative e della capacità di sfruttamentodel territorio. Quella della pastorizia è stata una pratica antica portata alla luce da studi scientifici.
In un contesto archeologico i resti animali costituiscono un'importante fonte di studio da cui ricostruire gli aspetti socio economici di una società. Per esempio le indagini effettuate sui frammenti ossei rinvenuti presso l'abitato di Coccioli (Campli TE), che risalgono alla Media Età del Bronzo, hanno una netta prevalenza di animali domestici (43% ovicaprini, 34% bovini, 23% suini), contro una minoranza di animali selvatici (cervo e cinghiale). Da ciò si deduce il ruolo preponderante che doveva avere gli abitanti di quel villaggio: pastorizia, allevamento e agricoltura, rispetto alla caccia.
Nella necropoli di Villa Passo (Civitella del Tronto TE) presso il fosso dello Stregone, recentemente scoperta, in una delle ventotto tombe (VI-II sec. a.C.) scavate, s'è rinvenuto un oggetto interessante, probabilmente legato alla pastorizia. Tre fregi circolari in bronzo con resti evidenti di legno, ritrovati allineati, fanno pensare a un bastone da cerimonia, in pratica un segno di comando di una civiltà dedita alla pastorizia, dove il bordone è lo "strumento" tipico del pastore.
Villa Passo come Coccioli sono insediamenti collocati ai piedi della Montagne Gemelle, baluardo dei Monti della Laga che si estendono fino al Gran Sasso. Un territorio boschivo poco adatto all'uso agricolo. Boschi che nel tempo sono diventati verdi pascoli primaverili ed estivi, da alternare con i pascoli delle pianure adriatiche autunnali e invernali, attraverso la transumanza.
Trans più humus, questa è l’etimologia di transumanza: attraverso il terreno, attraverso il territorio. Un termine utilizzato a indicare la migrazione stagionale dei greggi e dei pastori, dai pascoli montani a quelli delle pianure, e viceversa. Un evento carico di forza evocativa, antropologica ma anche visuale, plastica: tanto da tornare nelle parole di tanti letterati, da Virgilio a Plinio il Giovane, fino a Gabriele D’Annunzio, con i celebri versi de I pastori, infissi nella memoria di tutti: “Settembre, andiamo. È tempo di migrare. / Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare…”.
L’Abruzzo: è questa la regione associata nell’immaginario collettivo alla transumanza.
Il pastore e il suo gregge diventa una figura dell'universo sociale del nostro territorio. Figura solitaria, errante, ammantata sempre da un alone di mistero, il pastore si annuncia spesso con la zampognae la ciaramella, strumenti da lui costruiti e suonati, contribuendo così ad alimentare la fantasia e la leggenda nei suoi confronti.
Una caratteristica dei presepi abruzzesi, per esempio, è proprio la presenza tra i pastori degli zampognari.
Il pastore è l'immagine simbolo dell'uomo che custodisce e accudisce il suo gregge, di pecore e agnelli, difendendolo dai nemici e dai pericoli. La sua figura si rappresenta con un bastone lungo col quale si appoggia per riposare o adopera per scansare e allontanare le pietre che intralciano il cammino, per scacciare serpenti e allontanare animali molesti.
Il bastone da pastore diventa un simbolo di potere: il pastorale del vescovo, come metafore di guida delle anime o come simbolo di capo della comunità; il bastone-scettro del re, come segno di comando.
Da sempre l'arte considera l'uomo e il suo agire sociale come punto di riferimento essenziale di ogni studio sulla società e sulle sue espressioni. Ecco allora che il pastore con il suo gregge diventa un soggetto di rappresentazione letteraria e iconografica sensibile e costante, utile a raffigurare un aspetto ancestrale dell'umanità, capace di cogliere l'attenzione di una popolazione e una società sempre in continua evoluzione.
Il mondo dei pastori è già celebrato nella mitica regione greca dell'Arcadia, ricordata in letteratura come una terra idealizzata, dove uomini e natura vivono in perfetta armonia. È il luogo d'ambientazione del così detto genere pastorale o bucolico che, in genere, fa riferimento a un'ingenua vicenda d'amore ambientata nel mondo remoto dei pastori d'Arcadia. Il genere rappresenta con l'idillio uno dei più fortunati topoidella letteratura classica che da Teocrito a Boione, Mascio a Virgilio attraversa il Medioevo e il Rinascimento, finoa essere il luogo di evasione per eccellenza delle corti, italiane e francesi, nel Seicento e nel Settecento.
Questo genere letterario dà vita a svariate forme poetiche come l'egloga, la pastorella, il dramma pastorale (l' Anima del Tasso e il Pastore fido del Guarnii), la favola mitologica (l'Orfeo di Poliziano), le farse rustiche, il romanzo (l'Arcadia di Sannazzaro). L'enorme successo della letteratura bucolica è attestato dalla sua diffusione in Europa, dalla Spagna (Garcilasco de la Vega) alla Francia (Rousand), all'Inghilterra (Spenser, Sidney).
A livello iconografico, toccherà il culmine nell'Accademia italiana dell'Arcadia e nel melodramma metastasiano, per essere ancora oggetto di eleganti reminiscenze nell'Ottocento en plein air (Omero tra i pastori del 1845 di Camil Carot) e dell'Ottocento simbolista (Il lamento del pastore del 1866 di Arnold Böcklin). Si tratta di un tema tra arte e letteratura di grande fascino, sospeso tra grazia e malinconia che dà origine al paesaggio poetico: un paesaggio grazioso ma con un tocco di selvatico, ambientato in primavera o in autunno, collocato all'alba o al crepuscolo, sempre un po' evanescente e irraggiungibile, popolato da gentili presenze, a volte indefinite, che si trastullano con suoni di flauti e liuti o con conversazioni amorose.
Ancora prima, nel Seicento si sviluppa una precisa declinazione iconografica, che prende il nome dal celebre verso «Est in Arcadia ego», pronunciato dalla Morte, anch'essa presente in quel mondo incantato.
I pittori più raffinati del Seicento, infatti, hanno rappresentato dei pastori assorti o bisbiglianti in contemplazione di una lapide recante quell'iscrizione, sovrastata da un teschio: ne sono un esempio Est in Arcadia ego del 1618 del Guercino e I Pastori in Arcadia del 1629-30 di Nicolas Poussin.
In letteratura il Pastor fido, scritto da Battista Guarini nel 1590, diventa il più importante modello del mito pastorale cortigiano che ispira, rinnova e prosegue la tradizione iconografica del paesaggio mitologico idilliaco. Il modello tassiano dell'Aminta, nel Pastor fido è rielaborato con ingegnosità: ora prevale la grazia e non il dionisiaco, l'armonia e non il contrasto, in linea con la funzione di evasione che vengono ad avere letteratura e pittura pastorale.
Carlo Francesco Nuvolone, nel 1650, dipinge Silvio, Dorinda e Licio, una delle pitture più note ispirate al dramma pastorale del Guarini.
Nel 1615 l’olandese Pieter Corneliszoon Hooft scrive la Granida, un’opera esemplare dell’aggiornata e raffinata cultura italianizzante in auge in Europa a cavallo tra Cinquecento e Seicento. La favola pastorale di Hooft ha una fortuna figurativa soltanto in un ambito pittorico locale e contemporaneo, ma di altissimo livello qualificativo. Tra i massimi esponenti del caravagismo sono da ricordare i pittori Gerard von Honthorst e Hendrick Terburgghen, entrambi con un opera intitolata Granida e Daifilo del 1625.
Il pastore transumante, a fine Ottocento, nello stesso tempo, diventa una specie di stereotipo della stessa gente d'Abruzzo. Probabilmente l'identificazione dell'Abruzzo pastorale con l'immagine poetica ha trasmesso in misura olografica, una conoscenza generalizzata e poco approfondita della regione.
L'Abruzzo, naturalmente, non è solo la "civiltà della pastorizia", ma il pastore transumante con il suo gregge è una memoria presente, del nostro passato, che tanto ha dato alla storia, alla società, all'economia, alla cultura e alla tradizione da essere identificato con lo stesso territorio.
Una civiltà, quella della pastorizia transumante, costruita sulle sofferenze d'innumerevoli generazioni di umili pastori, la cui vita è quasi sempre trascorsa lontana dalle luci della città, tra solitudine, preghiera, contemplazione e, qualche volta, studio.
Quante volte, nelle verdi valli montane, il pastore ha suonato la zampogna per se stesso e il suo gregge? Quanti sono i monili di legno incisi e scolpiti in solitudine, con il suo corredo di coltellini, celati nella personale immancabile custodia di legno? Sono melodie e iconografie popolari di struggente bellezza.
Il suo modo di fare arte, era un modo per superare le molte ombre del quotidiano sopravvivere, l'abbrutimento del vivere solitario, la nutrizione inadeguata, la lontananza prolungata dagli affetti famigliari, il dileggio e la sofferenza a volte indescrivibili.
Gli artisti e l'arte abruzzese non potevano ignorare quest'aspetto di umanità del pastore transumante: personaggio troppe volte stereotipato di leggenda per opera dei romanzi pastorali e bucolici dell'Arcadia.
Il mondo pastorale dipinto in Abruzzo è, però, più legato alla realtà del conosciuto e meno influenzato dalle mode letterarie.
Di seguito si propone una miscellanea di opere dipinte, incise o disegnate di artisti noti o di sconosciuti, di grande respiro culturale o d'interesse antropologico e popolare.