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I Mendoza nella Valle Siciliana
I Mendoza nella Valle Siciliana

Tipologia: Rievocazione storica
Comune: Tossicia  Prov.: Teramo
Area territoriale: Comunità Montana del Gran Sasso Zona "O"

Dal: 12/08/2009 al: 13/08/2009


Proloco Tossicia: www.prolocotossicia.it
Don HERNANDO de ALARCÓN MARCHESE DELLA VALLE SICILIANA(A cura della Pro Loco di Tossicia) Durante le guerre che si succedettero in Italia nella prima metà del Cinquecento tra la Francia e la Spagna, ci furono episodi e battaglie importanti che ebbero...[Continua]
Don HERNANDO de ALARCÓN MARCHESE DELLA VALLE SICILIANA
(A cura della Pro Loco di Tossicia)

Durante le guerre che si succedettero in Italia nella prima metà del Cinquecento tra la Francia e la Spagna, ci furono episodi e battaglie importanti che ebbero un valore non solo politico militare, ma anche simbolico. La battaglia di Pavia con la successiva prigionia dei Re di Francia Francesco I° e il Sacco di Roma del 1527, furono episodi che rimasero impressi nell'immaginario collettivo di quel periodo e nei secoli successivi.

La manifestazione di Tossicia ha come protagonista principale un capitano dell'esercito imperiale di Carlo V che pur non occupando una posizione di primo piano nelle vicende politiche dell'epoca, lo ritroviamo presente in tutti gli episodi militari e diplomatici più importanti nel periodo che va dal 1520 al 1530, ed in particolare nella battaglia di Pavia e nel Sacco di Roma.

La rievocazione che noi presentiamo è legata agli eventi di Pavia dai quali conseguì l'arresto e la deportazione in Spagna dei Re Francesco I: fu in quest'occasione, in seguito ai servigi prestati dal Nostro capitano, che egli ottenne il titolo di Marchese della Valle Siciliana.

Hernando De Alarcón nacque a Palomares de Huete (oggi Palomares del Campo) nel 1466[1]. Il suo avo Fernàn Martinez De Ceballos, capitano valoroso, riuscì nel 1176 a strappare ai mori la città di  Alarcón nella provincia di Cuenca; ed in considerazione di tale impresa, il re Don Alfonso IX lo autorizzò ad utilizzare il nome della detta città come cognome, concedendogli, altresì, nuove armi e nuovo scudo; e tale nuovo cognome fu successivamente utilizzato anche dai suoi discendenti. [2] Hernando de Alarcón fece i suoi primi interventi militari nella guerra di Granada contro i Mori. La conquista di Granada il 2 gennaio 1492 rimosse l'ultima roccaforte araba sul suolo deva penisola iberica; questa impresa, conseguita con la collaborazione militare della Castiglia e dell'Aragona, fu intensamente sentita dalla coscienza religiosa e patriottica deve popolazioni spagnole: sì formò così, in virtù di tali eventi decisivi, la premessa su cui i due maggiori stati della penisola iberica si avviarono verso l'unificazione, e da allora si poté parlare di una Spagna quale entità politicamente unita[3]. Durante l'impresa Alarcón si distinse a tal punto, da meritare gli elogi di Consalvo di Cordova il "Gran Capitano" ricordato come l'eroe di Granada, che lo portò con sé a Napoli al comando di cento cavalieri.

Nel febbraio del 1495 la Francia con Carlo VIII si era impossessata del Regno di Napoli, dimostrando la assoluta mancanza di coscienza unitaria degli stati italiani e quindi !a loro debolezza etico-politica. La riconquista dell'Italia meridionale fu affidata, in seno a una coalizione antifrancese, a veneziani e spagnoli, e questi ultimi con Consalvo di Cordova sconfissero le ultime forze francesi ad Atella costringendo Carlo VIII al ritiro. La presenza di Alarcón è attestata nelle principali battaglie scaturite dal secondo tentativo francese di conquista dell'Italia meridionale con Luigi XII. Gli spagnoli e i francesi si erano accordati segretamente a Granada nel 1500 per una spartizione dei regno di Napoli ai danni degli aragonesi di Napoli. Mentre i francesi scesero dal nord per puntare su Napoli, in base agli accordi prestabiliti, Consalvo di Cordova guidò l'invasione dal sud, incontrando molte resistenze da parte degli aragonesi in Calabria e nella Lucania, fino all’assedio di Taranto. Con la presa della città nel marzo del 1502 e l'arresto dell'erede aragonese al trono di Napoli Federico I, crollò l'indipendenza dei regno di Napoli che per oltre due secoli rimase soggetto a dominazione straniera. La definizione degli equilibri tra Spagna e Francia nella spartizione dei bottino portò ad una nuova guerra: Consalvo da Cordova e Fernando de Alarcón furono i protagonisti di questa seconda fase della guerra. Il primo sbaragliando i francesi a Cerignola in una battaglia non solo decisiva per le sorti del Mezzogiorno d'Italia, ma addirittura rivoluzionaria, dal lato tattico-militare. Alarcón sconfisse l'esercito francese in Calabria a Seminara, nella piana di Reggio Calabria (21 aprile 1503).

Luigi XII non si rassegnò allo scacco subito e nell'ottobre dei 1503 un nuovo esercito francese, al comando del La Trémouille, mosse verso l'Italia Meridionale e provocò il nemico a battaglia sul Garigliano (29 dicembre). La rotta francese fu disastrosa: Alarcón diede grandi prove di valore e di intelligenza, ed il re gli concesse il titolo di Señor. Con questa battaglia il Regno di Napoli insieme alla Sicilia fu costituito in vice reame sotto la diretta dipendenza della Spagna. In seguito Alarcón si distinse a Tripoli agli ordini di Pedro Navarro e dopo la presa di Bujia tornò in Italia. Da qui nel 1512 contrastò la nuova avanzata dei francesi con Luigi XII, che avendo sconfitto i veneziani nel 1509 si ripresentava pericolosamente a dominare su tutto il nord d'Italia. Su iniziativa del Papa Giulio II si costituì la Lega Santa contro la Francia, a cui aderirono Venezia, la Spagna e la Confederazione Svizzera. Durante la guerra per la riconquista della pianura Padana ai francesi, ci fu la battaglia di Ravenna l’11 aprile 1512, dove le truppe francesi di Gastone di Foix sconfissero quelle spagnole al comando del vicerè di Napoli Raimondo di Cardona. Quel giorno Alarcón combatté valorosamente ma fu ferito e preso prigioniero[4]. I francesi non sapranno sfruttare quella vittoria e più tardi saranno sconfitti dagli Svizzeri che riconducono a Milano Massimiliano Sforza. Solo nel 1515 con Francesco I, i francesi riusciranno a ricostituire il loro dominio nel milanese, proclamando duca di Milano lo stesso Re.

Carlo V eletto nel 1520, affrontò la sua prima guerra cacciando i francesi da Milano e restaurando il dominio sforzesco. I francesi ripresero Milano nell'ottobre del 1524 e costrinsero le truppe imperiali di Carlo V guidate da Antonio de Leyva a rinchiudersi a Pavia. Nel febbraio dei 1525 i francesi ottenuta l'alleanza di Venezia, di Firenze e del Papa Clemente VII sfidarono gli spagnoli assediati a Pavia sin dall'ottobre. Alla battaglia furono presenti in difesa degli assediati 12.000 lanzichenecchi al comando di Carlo di Borbone, il comandante dell'armata imperiale Carlo de Lannoy, il marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos comandante della fanteria spagnola e il capitano Alarcón, che nel frattempo aveva conseguito la libertà[5].

La battaglia fu una disfatta per i francesi e lo stesso re Francesco I fu catturato dagli spagnoli e tenuto prigioniero. La gestione della prigionia di un re era un compito molto delicato sia dal punto di vista militare che diplomatico. Questo compito fu affidato ad Alarcón ed i motivi di questa scelta da parte di Carlo V ce li riporta lo storico Saverio Pollaroli: "Appena i capi dell'esercito ebbero in loro potere il re di Francia si preoccuparono della scelta di quello fra essi a cui ne sarebbe confidata la custodia e i loro suffragi si erano unanimamente portati sul capitano Hernando Alarcone. Era questi uno dei più vecchi capitani dell'esercíto spagnuolo; aveva servito sotto gli ordini di Ferdinando il Cattolico alla conquista del Regno di Granata; si era distinto nelle guerre di Napoli sotto le bandiere di Consalvo di Cordova ed aveva preso parte a tutte le campagne d'Italia. Le sue gesta gli avevano meritato numerose testimonianze di stima del re Ferdinando, dall'imperatore Massimiliano e da Carlo V. Egli occupava da vari anni il posto di governatore delle due Calabrie; nella campagna del 1523 egli aveva sostenute le funzioni di Capitano Generale dell'Infanteria in assenza del Marchese di Pescara. Alla battaglia di Pavia comandava una delle tre divisioni della cavalleria e fu lui che caricò e mise in disordine lo squadrone nel mezzo del quale si trovava Francesco I. Lo si chiamava comunemente il signor Alarcón e questo titolo d'onore che due altri capitani citati fra i più illustri dell'epoca Antonio di Leyva e Fernando Gonzaga dividevano solo con lui, era stato dato da Carlo V. Accorto nel medesimo tempo che intrepido in guerra, univa ad una vigilanza che nessuno doveva sorprendere una fermezza che nulla poteva scuotere; uomo di singolare accortezza, tollerantissimo sopra il credibile di fatiche e di veglie, giammai abbastanza tranquillo sulla fede altri né che tralasciasse ufficio qualsiasi della più diligente custodia, degno veramente di lode se le sue rapine nel Cremonese e nel Lodigiano e la incredibile licenza dei suoi soldati non avessero macchiata la sua reputazione. Ché dai loro furti, rapine, lascive, nelle vicine plaghe nessuna villa andò immune benché al loro sostentamento tutte apportassero danaro da bastare oltre che al vitto al doppio stipendio militare ed ai militi stessi dava l'esempio il medesimo Alarcone, come quegli che a se stesso unicamente ebbe attribuito il modestissimo denaro apportato, così da avere strappato privatamente in ciascun giorno dalle necessità della vita dei poveri coloni sopra cento monete d'oro. Miserando genere invero di calamità, specialmente a quei tempi, quando già per i pubblici tributi ed esazioni per la lunga guerra, e per gli alloggi prima della battaglia di Pavia erano tutti cotanto afflitti che presi da sconforto trasportarono altrove il loro domicilio, reputando che a stento lo stesso duca di Milano potesse apportare rimedio ai supplicanti[6]."

Alarcón assolse diligentemente al compito di carceriere e custode del re di Francia nella fortezza di Pizzighettone, impegnandosi personalmente della esazione delle imposte per finanziare la detenzione del re. Successivamente gli fu affidato il compito di trasportare il re in Spagna a Madrid dove fu trattenuto sotto la custodia di Alarcón nel palazzo dell'Alcazar fino alla sua liberazione. Questa avvenne alla firma di un trattato di pace molto vessatorio per il re Francesco I che dovette lasciare in ostaggio i suoi due giovani figli per avere la libertà: egli fu accompagnato al confine della Francia a Bayonne dallo stesso Alarcón insieme al Lannoy vicerè di Napoli il 27 aprile 1526[7]. L'imperatore quindi come premio ai suoi servigi gli conferì il titolo di Marchese della Valle Siciliana, territorio confiscato a Camillo Orsini del Pardo[8], concedendogli altresì, un nuovo scudo, caratterizzato, in campo rosso vivo, da una croce vuota e con fiori d’oro, senza bordo[9].

Nell'agosto 1526 ripresero le ostilità in Italia tra esercito imperiale di Carlo V e Francia che nel frattempo con la lega di Cognac si era assicurata l'alleanza del Papa, di Firenze, Venezia, Milano e Genova. Alarcòn di ritorno dalla Spagna guidò insieme al Lannoy l'armata imperiale in Corsica in un primo scontro con i francesi[10].

Il 6 maggio 1527 il papa pagherà molto cara la sua alleanza con i francesi, poiché alcuni reparti di truppe imperiali al comando di Carlo di Borbone e 14.000 lanzichenecchi al comando dei Frundsberg penetrarono a Roma massacrando la popolazione e apportando notevoli danni al patrimonio artistico con un saccheggio che durò per nove lunghi mesi. Questo episodio suscitò commozione in Italia e in Europa, e lo stesso Carlo V si affrettò a respingere le accuse che gli venivano per una diretta responsabilità nell'accaduto. In attesa della firma delle condizioni di pace con il papa Clemente VIII, all'Alarcòn fu affidato il compito di comandare il presidio spagnolo a Castel Sant'Angelo dove era rinchiuso il Papa prigioniero. Carlo V volle che il Pontefice rimanesse nel fortilizio sino a quando non avesse interamente versato una pesante indennità, e così questi trascorse ben sette mesi sotto il controllo di lanzichenecchi e spagnoli al comando di Alarcòn. A proposito scrive Leonardo Santoro: «Da parte dell'esercito imperiale fu deciso "che ‘l Papa dovesse stare in castello nel maschio cum tutti li cardinali perfino se scrivesse all'Imperatore et intendere la volontà sua, et che nel maschio dovesse star solum Larçon (Ferdinando Alarcòn) et la sua famiglia per guardia, et abasso nel circuito dovessini star 200 fanti, 100 spagnoli et 100 lanzinech et che le parte fussero in guardia sua..." così scrive Francesco Pesaro arcivescovo di Zara da Castel Sa?t'Angelo a Matteo Marchetti».[11] Altre fonti riportano che Alarcòn durante il presidio a Castel Sant'Angelo aveva emanato bandi affinché tutte le vigne di Prati (zona di Roma circostante il castello) fossero tagliate e fossero spianate tutte le case per maggior sicurezza.[12] Nel settembre del 1527 Alarcòn rioccupava la città di Roma per affrettare le trattative di pace con il Papa che cercava di prendere tempo. Infatti l'esercito francese riorganizzato dal comandante Lautrec valicava di nuovo le alpi. Dopo lunghe trattative il 26 novembre si giunse all'accordo e il Papa fu posto in libertà, anche se Alarcòn rimase a Castel Sant'Angelo fino al 6 febbraio 1528 in attesa di essere pagato.

Nel frattempo Lautrec invase il Regno di Napoli scendendo per la costa adriatica; in Abruzzo travolse la fortezza di Civitella e dilagò grazie alla contemporanea rivolta antispagnola delle popolazioni e di molti feudatari, che affiancarono l'esercito francese nel cacciare gli spagnoli. Tra questi si distinse Orsini del Pardo, il vecchio marchese della Valle Siciliana, che da Amatrice organizza la resistenza antispagnola.[13] L'esercito imperiale al comando del principe d'Orange accorse in Puglia per arrestare l'avanzata di Lautrec. Alarcòn già si trovava qui da qualche tempo presso la città di Troia ma dovette subito abbandonarla per correre alla difesa di Napoli minacciata oramai dalle truppe di Lautrec. Tutto l'esercito imperiale era concentrato nella difesa della città, dove erano presenti i maggiori condottieri: il principe d'Orange, il principe di Pescara Alfonso d'Avalos, Ascanio Colonna e i principi di Bisignano e Salerno. Alarcòn visse tutto il difficile periodo dell'assedio, con la città infestata dalla peste e la popolazione affamata. Durante uno dei tumulti che spesso scoppiavano in città a causa della carestia o per le risse tra i soldati senza paga, egli scampò alla furia della gente nel castello di Capuana: "... Alarcone, qualmente per iscampare la furia s'era scagliato giù d'una finestra e così campato dalle mani de' sediziosi...".[14]

Dopo il fallimento dell'assedio di Napoli e la ritirata delle truppe del Lautrec, iniziò la riconquista spagnola delle regioni occupate dai francesi. La repressione fu violentissima e ci furono centinaia di processi di confisca nei confronti dei feudatari filofrancesi. Alarcòn nel gennaio del 1529 venne spedito in Puglia per ripristinare l'autorità spagnola nelle città prese da Venezia. Il 20 gennaio 1530 mentre era al comando dell'esercito imperiale riprese possesso della città di Trani, Monopoli e Polignano.

Nel 1532 come ricompensa per i suoi servizi nell'isola di Cefalonia contro i turchi e nel regno di Napoli contro i francesi ebbe con il titolo marchesale la terra di Rende in Calabria confiscata agli Adorno, nonché feudi confiscati a Lancellotto d'Aquino e ad altri baroni ribelli. In seguito mentre Carlo V si stava dirigendo a Tunez, poiché stava sostando di fronte a Goleta, si ricordò dell'esperto capitano che ancora stava in Italia e lo richiamò al suo fianco. Dopo di che gli assegnò il vicereame di Sicilia importante incarico che i suoi acciacchi non gli permisero di assumere, e dopo essersi ritirato a Castelnuovo (Napoli), morì il 17 gennaio 1540.

Durante la riconquista dell'Italia meridionale alle truppe di Lautrec furono protagonisti sia l'unico figlio di Alarcòn che premorì al padre, e che combatté in Calabria il filofrancese Simone Tibaldi, sia il genero di Alarcòn Pietro Gonzalez de Mendoza il quale aveva sposato l'unica figlia di Alarcòn, Isabella Ruiz d'Alarcòn, divenendo così il secondo marchese della Valle Siciliana. Egli ottenne poi, con provvedimento adottato da Carlo V il 24 aprile del 1538, di poter aggiungere al proprio cognome quello del suocero ed usar las armas y insignias de la casa d Alarcòn.
[15] Il casato dei Mendoza includeva 16 rami principali e 14 secondari,[16] tra cui i Mendoza y Alarcòn della Valle Siciliana che solevano però nominarsi Alarcòn de Mendoza. Pietro Gonzalez de Mendoza apparteneva ai Laredo de Mendoza di Vibo Valentia e con i Baeza de Mendoza di Tropea erano gli unici rami deva casa in terra italiana.

Araldica

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[1] Enciclopedia Hispano-Americana
[2] Dizionario Hispano-Americano de Heràldica, Onomastica, y Genealogia, pagg. 167-168.
[3] Pontieri Ernesto, Le lotte per il predominio europeo tra la Francia e la potenza ispano-asburgica (1494-1559), Vallardi commissionaria editoriale, Milano, 1970, p. 19.
[4] Enciclopedia universale illustrata H?spano-americana.
[5] Pedio Tommaso, Napoli e Spagna nella prima metà del cinquecento Cacucci editore-Bari 1971.
[6] Pollaroli Saverio, La cattura di Francesco l re di Francia alla battaglia di Pavia e sua prigionia in Italia, Cremona, l937.
[7] Giorno Jean, Le désostre de Pavie, 24 février 1525, Paris.
[8] Vedi: dal Dizionario Hispano-Americano de Heràldica, pag.168: “Hernando de Alarcòn, que sirviò a los Reyes Catòlicos en la conquista de Granada ….. Fue muy valoroso y pasò a las guerras de Italia, donde cimentò su fama realizzando grandes servicios, por los que el Enperador Don Carlos V le concediò los titulos de Marqués de la Bala Siciliana y Castilnovo”.
[9] Vedi: dal Dizionario Hispano-Americano de Heràldica, pag.173.
[10] Rosso Gregorio, Istoria delle cose di Napoli sotto l'imperio di Carlo V cominciando dall'anno 1526 per insino all’anno l537 scritta per modo di giornale da G.R autore di quei medesimi tempi. In "Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale dei Regno di Napoli", tomo VIII Napoli, Gravier 1770.
[11] Santoro Leonardo, La spedizione di Lautrec nel regno di Napoli, Maria Congedo Editore, Galatina, 1972.
[12] Cfr. Marino Sanuto, Diarii, tomo XLVI, Venezia, edizione 1897.
[13] Leonardo Santoro, La spedizione di Lautrec nel Regno di Napoli, Maria Congedo Editore, Galatina, l972, p. l53.
[14] Leonardo Santoro, p. 2l6.
[15] Cfr. Martinez Fernando, Privilegios otorgatos por el Emperador Carlos V en el Reino del Nàpoles, Barcellona 1943.
[16] Cfr. Moricca Luciano, La casa De Mendoza nei suoi sedici rami principali, Roma, 1952.
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